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	<title>Ritrovare il sorriso &#187; attaccamenti</title>
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	<description>Counselin e Naturopatia: pensieri, riflessioni e realizzazioni</description>
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		<title>La sofferenza che mantiene il legame</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2016 13:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Counseling]]></category>
		<category><![CDATA[attaccamenti]]></category>
		<category><![CDATA[relazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Una persona ha pubblicato questo messaggio. Ritengo la  [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ritrovareilsorriso.it/wp-content/uploads/2014/03/11.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-220" src="http://www.ritrovareilsorriso.it/wp-content/uploads/2014/03/11-300x252.jpg" alt="11" width="300" height="252" /></a>Una persona ha pubblicato questo messaggio.<br />
Ritengo la sua riflessione molto utile a tutti, da condividere.</p>
<p>&#8220;Una sofferenza -amorosa- lunga che mi aveva accompagnata ostinata e fedele per mesi e mesi, improvvisamente se ne va e mi lascia libera.<br />
Incredibilmente sola, quasi orfana.<span class="text_exposed_show"><br />
È originale la natura dell&#8217;uomo: il legame delle abitudini è più forte della felicità.&#8221;</span></p>
<div class="text_exposed_show">
<p>La sofferenza manteneva il legame, la sofferenza era &#8220;qualcuno&#8221; con cui stare.</p>
</div>
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		<title>Morire d’amore</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jun 2014 18:59:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sono persone che nella coppia sono così sottomesse e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono persone che nella coppia sono così sottomesse e dipendenti che soffrono veramente molto e non riescono mai a permettersi momenti di sereno abbandono. E’ questo il caso in cui la relazione è centrata sulla dipendenza e non sull’amore e sul rispetto, tanto che spesso, il suo carattere distruttivo renderebbe auspicabile una separazione.</p>
<p>Di fronte alla paura della solitudine, del vuoto, sono sempre di più le persone che si rifugiano in relazioni strette ed esclusive (con partner o genitori o figli), che diventano la causa di sofferenza, autodistruzione, svalutazione di sé. E’ il fenomeno della dipendenza affettiva o della co-dipendenza. L&#8217;amore verso l&#8217;altro presenta diverse caratteristiche delle dipendenze in generale, ma sviluppandosi nei confronti di una persona, è più difficile da riconoscere e da contrastare.</p>
<p>Il concetto di dipendenza affettiva corrisponde a quella che potremmo definire una vera e propria disfunzione del sé in cui il “rapporto d’amore” è vissuto come condizione stessa della propria esistenza. Si parla di “dipendenza” affettiva proprio per sottolineare il fatto che il soggetto ha “bisogno” dell’altro come di una vera e propria “droga”. La dipendenza affettiva presenta infatti le seguenti caratteristiche: il soggetto dipendente tende a star bene solo quando è in presenza della persona amata e tende ad aumentare le “dosi” di presenza/vicinanza della persona amata.</p>
<p>Di solito uno gioca la parte della vittima e l’altro del persecutore. Insieme soffrono, non si rispettano e non si amano ma, anche quando è evidente che il rapporto non funziona, non si separano e non viene messo in atto nessun cambiamento perché questo fa paura.</p>
<p>La persona con questa dipendenza affettiva si mette al servizio dell’altra e rinuncia ai propri diritti e ai propri bisogni. Il dipendente proiettata l’illusione della risoluzione dei propri problemi (che spesso hanno origine nei &#8220;vuoti affettivi&#8221; dell&#8217;infanzia) sul partner, il quale assume il ruolo di “salvatore”; egli diventa lo scopo della sua esistenza, e la sua assenza anche temporanea darà la sensazione al soggetto di non esistere (DuPont, 1998).</p>
<p>Proprio per questi motivi spesso questo tipo di personalità dipendente si sceglie partner &#8220;problematici&#8221;, portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza. Ciò giustifica il negare i propri bisogni perchè l&#8217;altro deve essere aiutato. Ma è un aiuto &#8220;malato&#8221; in cui si diventa &#8220;co-dipendenti&#8221;.</p>
<p>Le persone dipendenti affettivamente, pur di mantenere e non rischiare di perdere l’oggetto amato, sono disposti a sacrificare qualsiasi bisogno o desiderio personale fino al punto di annullare il proprio sé. L’importanza attribuita all’oggetto d’amore spinge il dipendente affettivo a preservare il rapporto “sentimentale” a tutti costi.</p>
<p>Queste persone vivono costantemente nell’ansia di poter perdere la persona amata, evento considerato insopportabile e inconciliabile con il proseguo della propria vita.</p>
<p>In questa relazione senza speranza, insoddisfacente, umiliante e spesso autodistruttiva si sviluppa una vera e propria sintomatologia come ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, malinconia, idee ossessive. Di solito c&#8217;è mancanza di rispetto, progetti di vita diversi, se non opposti, bisogni e desideri che non possono essere condivisi, oltre ad essere poco presenti momenti di unione profonda e di soddisfazione reciproca. Chi è affetto da dipendenza affettiva non riesce a cogliere e a beneficiare dell&#8217;amore nella sua profondità ed intimità. “Non posso vivere senza di lui/lei” non è una dichiarazione d’amore ma un’autorizzazione a far dipendere la propria vita dall&#8217;altro.</p>
<p>Si può guarire da questa relazione distruttiva? Si, si può!</p>
<p>Il primo passo per uscire dalla dipendenza affettiva è diventarne consapevoli, ossia riconoscere che siete coinvolti in questo tipo di problema. E’ importante poi liberarsi dell’incubo che senza l’altro non potete vivere e che se vi comporterete bene lui/lei vi amerà. Andate fino in fondo a queste paure. Occorre sfidare ciò che si teme, altrimenti sarete sempre ricattabili. Per uscire da un amore soffocante dovete cominciare a credere nel vostro valore e recuperare la vostra autonomia. Non lottate per liberarvi dell’altro, ma ritrovate dentro di voi la gioia di vivere, e l’altro vi apparirà come un inutile fardello.</p>
<p>Cominciate con il rompere qualche schema, o comportamento abituale, per riappropriarvi della vostra libertà di agire, e iniziate ad uscire dall&#8217;isolamento nel quale sicuramente vi trovate.</p>
<p>Spostate l’attenzione dai bisogni dell’altro ai vostri. Anche piccole cose ma iniziate a prendervi cura di voi stessi. Questo è l’inizio della “guarigione”; la dipendenza è la conseguenza della nostra incapacità di amarci ed amare la vita che viviamo.</p>
<p>Avete il diritto a una vita migliore, serena e soddisfacente; se l’altro ha problemi, deve assumersi la responsabilità di risolverli; non è egoismo, al contrario, assumendovi le responsabilità dell’altro impedite la sua crescita.</p>
<p>Il percorso da fare è quello di riappropriarvi della vostra interezza. Almaas [1999] scrive che le persone cercano l’altro per compensare le proprie mancanze e questo causa molta infelicità. Dovete capire ciò che ritenete vi manchi e reintegrarlo in voi anche se questo può costare fatica. In ogni caso bisogna smettere di cercare di compensare le proprie mancanze attraverso l’altro perché questo porta al pericolo di entrare in distruttive simbiosi con il partner.</p>
<p>Un altro passo determinante è l’acquisizione del valore del rispetto, per voi stessi e per gli altri. Che decidiate di separarvi o di restare assieme, non scendete a compromessi, non imbrogliatevi. Rispettare se stessi e gli altri significa desiderare senza pretendere; significa esprimersi con dignità e fermezza impegnandosi a ristabilire i giusti confini che rispettino e garantiscano la liberta di ognuno; significa anche accettare di perdere l’altro; significa non perdersi per i bisogni dell’altro; significa accettare anche la solitudine.</p>
<p>Il cambiamento infatti chiede di rischiare proprio ciò che fa più paura, la solitudine, ma se imparerete a dialogare con le vostre emozioni, troverete il coraggio di manifestarvi per quello che siete, vi prenderete cura dei vostri bisogni e imparerete anche ad accettare ciò che ora temete.</p>
<p>Questi sono solo brevi spunti per riflettere, il tema è molto ampio e sicuramente ciò che ho scritto non è esaustivo; il mio consiglio è cercare uno psicoterapeuta, un counselor o un gruppo di sostegno; è meglio essere umili e chiedere l’aiuto di un professionista perché non sempre possiamo farcela da soli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Alcuni contenuti sono stati liberamente tratti da: Franco Nanetti. “Gli itinerari dell&#8217;Amore e della Passione”.</em></p>
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		<title>Accettare la sofferenza dell’abbandono</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jun 2014 15:06:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Indubbiamente ogni abbandono comporta sempre un’intensa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Indubbiamente ogni abbandono comporta sempre un’intensa sofferenza che nessun atteggiamento consolatorio né alcun consiglio riesce a lenire.</p>
<p>Per l’abbandono subito, la persona rimasta sola tende a svalutarsi e a permanere per tale motivo nell’illusoria attesa di venir ancora nutrita affettivamente dall’altro; ma per “salvarsi”, in ogni separazione bisogna pagare un prezzo, e talora il prezzo più elevato è l’accettazione della sofferenza stessa. Non si superano i tormenti della passione strappandosi le frecce dal cuore, ma soltanto accettando inizialmente e senza alcuna mediazione che la sofferenza abbia il suo corso.</p>
<p>&#8220;Un partner dopo anni di convivenza mi abbandona. Sono disperato, e così lotto accanitamente per estirpare da me il desiderio dell’altro. Ma più lotto in questa direzione, più mi sento dipendere dall’altro.&#8221; L’unica forma di salvezza non sta nell’eroica decisione di non amare più, ma nell’accettare e lasciar vivere il dolore senza volerlo né trattenere, né rifiutare. Non ci si libera dall’attaccamento con la rinuncia.</p>
<p>Non si vince l’attaccamento morboso con lo sforzo della volontà, i fermi propositi, i sacrifici eroici. Tutto questo non funziona. L’unico modo di disfarsi di un attaccamento è ritenerlo come tale, rendersi conto che esso è ciò che è […] e non opporsi ad esso come un nemico personale, ma lasciarlo cadere come un morto. Non vergognatevi, non spaventatevi, guardate con bontà e comprensione i vostri attaccamenti e questi dopo poco diminuiranno la loro importanza.</p>
<p>Talora inganniamo noi stessi dicendoci: “quella persona è insostituibile, “nessun altro potrà rendermi felice”, ma ciò non corrisponde a verità. Basterà lasciare trascorrere un po’ di tempo per vedere l’altro per ciò che realmente è e uscire così da una visione distorta della realtà.</p>
<p>Alcuni tendono a reagire con la strategia “chiodo scaccia chiodo”. Ritengo che passare in modo subitaneo da un partner all’altro, da una dipendenza all’altra, nell’intento di non soffrire, sia un grave errore, poiché sovente la scelta del nuovo partner verrebbe, per effetto dell’atteggiamento reattivo, ad essere ancora deformata dalle proprie proiezioni. Quando una relazione finisce, è bene prendersi un periodo per stare da soli e riflettere sulle proprie scelte.</p>
<p><strong>Perdonare e perdonarsi.</strong></p>
<p>Non perdonare e non perdonarsi significa rimanere imprigionati in un rapporto di dipendenza negativa. Chi non perdona si costringe all’infelicità per quattro ragioni:</p>
<p>– l’energia consumata nel rancore viene distolta dalla possibilità di sperimentare una vita più gioiosa e costruttiva;</p>
<p>– il rancore ci fa restare dipendenti e non ci permette di iniziare nuovi rapporti d’amore;</p>
<p>– l’idea sbagliata che tutto il male sta nell’altro e che noi siamo innocenti;</p>
<p>– l’impossibilità di arrivare ad una reale comprensione delle debolezze e delle fragilità che ci portano spesso a commettere errori.</p>
<p>Solo chi può affidarsi al perdono può sperimentare nuovamente l’amore.</p>
<p>Quando una relazione si conclude, si tende a colpevolizzare l’altro. Tale atteggiamento, volto a collocarci su un piano di innocenza, non ci aiuta a crescere.</p>
<p><strong>I pensieri che non ci aiutano.</strong></p>
<p>Vi sono convinzioni che bloccano l’elaborazione della perdita e altre che la facilitano. Le convinzioni bloccanti, centrate sulla logica del bisogno e sulla tirannia dei “devo” [W. Dryden, J. Gordon, 1996] sono:</p>
<p>– questa relazione non deve finire;</p>
<p>– è terribile che sia stato abbandonato e che rimanga solo;</p>
<p>– se sono stato lasciato ciò significa che non valgo abbastanza;</p>
<p>– se l’altro mi ha lasciato è una persona disdicevole;</p>
<p>– non riuscirò mai ad avere un altro partner come lui.</p>
<p>Tali convinzioni comportano l’emergere di emozioni disfunzionali, quali: disperazione, rabbia, paura, depressione.</p>
<p>Secondo la prospettiva cognitivista tali convinzioni vanno elaborate in quanto sono esagerate, illogiche, irrealistiche, vincolate alla pretesa, e quindi irrazionali. Pensare che una relazione non debba mai finire è auspicabile, ma può accadere. Anzi accade più spesso di quanto si possa pensare. Noi apparteniamo alla vita, possiamo desiderare, progettare, ma la vita dispone indipendentemente da noi. Pensare che sia terribile essere abbandonati e rimanere soli provoca sofferenza, ma il tutto è sopportabile, anche perché stare soli non è poi così terribile. Pensare che una relazione finisca perché io o l’altro siamo mancanti di qualcosa è un’ipotesi arbitraria. Posso non piacere a quella persona, ma posso piacere a tante altre e viceversa. E infine pensare che non troverò un’altra o un altro come lei o lui, non corrisponde alla realtà. Ci sono sempre altri partner che potrebbero trovarmi gradevole. Occorre aspettare attivamente con fiducia e sicurezza nelle proprie capacità.</p>
<p>Elaborando le convinzioni bloccanti posso provare emozioni che non mi impediscano di raggiungere i miei scopi, posso continuare a desiderare l’altro senza essere ricambiato, posso riemergere nel mio valore senza dipendere da una persona qualsiasi per amarmi, posso vedere l’altro per quello che è senza doverlo idealizzare, e proprio per queste ragioni posso essere disponibile per l’inizio di una nuova relazione felice e duratura, che, se non sto a piangermi troppo addosso, potrebbe cominciare anche in tempi brevi, oppure potrebbe tardare a presentarsi, ma non per questo occorre che mi disperi.</p>
<p>Da soli, se abbiamo imparato a stimarci, si sta proprio bene.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Passi di: Franco Nanetti. “Gli itinerari dell&#8217;Amore e della Passione”</em></p>
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		<title>Riflessione sulle relazioni speciali</title>
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		<pubDate>Sat, 24 May 2014 15:26:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nelle nostre relazioni speciali tendiamo ad investire n [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle nostre relazioni speciali tendiamo ad investire nell&#8217;altro una parte di noi che pensiamo non potrebbe esprimersi senza l&#8217;altro. Ad esempio un&#8217;emozione di sicurezza, o di dolcezza, o di passione, o di allegria. Queste emozioni sono nostre, ci appartengono, ma dato che è l&#8217;altro che ce le suscita, le attribuiamo all&#8217;altro, come se fosse l&#8217;altro a possederle. Diremo quindi che ci dà sicurezza, che è dolce, che ha passione, che è allegro.<br />
Ecco quindi che quando e se dovessimo separarci dall&#8217;altro, ci sentiremmo privati di una parte di noi; quella parte che abbiamo proiettato sull’altro. Riappropriarci di quanto ci appartiene è quello che definiamo &#8220;elaborazione del lutto”.</p>
<p>Ma ritengo ci sia un altro aspetto importante da prendere in considerazione: nel mondo degli opposti nel quale viviamo, dove la luce non può vivere senza il buio, noi andiamo all&#8217;amore per fuggire dall&#8217;odio; andiamo alla sicurezza per fuggire dall&#8217;insicurezza… ma entrambi gli opposti sono in noi.<br />
Ne deriva che, per esempio, se per fuggire da uno stato di insicurezza, abbiamo illusoriamente attribuito ad una persona la responsabilità di darci sicurezza, e questa persona ci delude, non solo piomberemo nell&#8217;emozione opposta, l&#8217;insicurezza e la paura, ma anche negli opposti di tutto quanto avevamo illusoriamente investito: amore/rancore, benessere/malessere, gioia/tristezza&#8230;</p>
<p>Per superare queste situazioni di dolore vuol dire fare un lavoro serio su di noi che ci permetta di conoscere i bisogni che proiettiamo sugli altri e, continuando nella ricerca interiore, porci al di sopra degli opposti.</p>
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		<title>Riflessione sull&#8217;amore per se stessi</title>
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		<pubDate>Tue, 20 May 2014 14:07:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non sopportare che la nostra immagine sia diversa dalla [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Non sopportare che la nostra immagine sia diversa dalla nostra idealità, da come vorremmo che fosse, non è amore per noi stessi, è disprezzo.<br />
E&#8217; una forma di orgoglio che ci allontana dall’amore: dall’amarci e dall’amare gli altri.  Senza essere tolleranti, accoglienti e benevoli con se stessi non si può esserlo con gli altri. Per provare un genuino amore, apprezzamento, tenerezza verso gli altri, per desiderare che siano felici e che non soffrano, dobbiamo innanzitutto nutrire tali sentimenti verso noi stessi. Allora possiamo comprendere che gli altri “sono noi”, hanno le stesse aspirazioni, e diventa possibile l’amore. Quando ci si disprezza non è possibile amare gli altri, e se non si fa niente per modificare il nostro atteggiamento, si hanno scarsissime possibilità di trovare la pace e la gioia interiore.<br />
Scegliamo d amarci, scegliamo di amare <img src="https://www.ritrovareilsorriso.it/wp-includes/images/smilies/simple-smile.png" alt=":)" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
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		<title>Insicurezza allo specchio</title>
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		<pubDate>Mon, 19 May 2014 11:24:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[tendenze]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcuni comportamenti dettati dal bisogno di sicurezza:  [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni comportamenti dettati dal bisogno di sicurezza:</p>
<p>&#8211; Mangiare sempre le stesse cose, indossare sempre lo stesso tipo di abiti, leggere sempre gli stessi giornali o riviste</p>
<p>&#8211; Vivere sempre nello stesso luogo per paura di andare altrove</p>
<p>&#8211; Rifiutare di ascoltare idee che non si condividono anziché prendere in considerazione il punto di vista dell’altro</p>
<p>&#8211; Non esternare le nostre emozioni per che nell’aprirsi si possa essere feriti</p>
<p>&#8211; Vedere sempre nella fuga il sistema per proteggersi</p>
<p>&#8211; Temere di non saper fare bene una determinata cosa e, per questo, non farla</p>
<p>&#8211; Accettare un lavoro (o altro compito) sicuro, dove già si sa che si riuscirà bene, invece di competere in una cosa diversa ed, eventualmente, fallire</p>
<p>&#8211; Evitare chiunque sia stato definito “diverso”</p>
<p>&#8211; Tenersi l’impiego/lavoro anche se non piace per la paura di affrontare la grande incognita di un lavoro diverso</p>
<p>&#8211; Tenersi un matrimonio, una relazione, che chiaramente non funziona per il timore di vivere da soli</p>
<p>&#8211; Passare le ferie ogni anno nella stessa località per non correre rischi</p>
<p>&#8211; Fare ogni cosa in funzione della prestazione e non del piacere di farla a prescindere dal risultato</p>
<p>&#8211; Valutare le cose per il loro prezzo e come misura del proprio successo</p>
<p>&#8211; Darsi da fare per avere qualifiche e altri simboli di condizione sociale benché non ci piacciano</p>
<p>&#8211; Essere incapaci di cambiare programma quando si presenta un’alternativa interessante</p>
<p>&#8211; Preoccuparsi sempre del tempo e permettere che siano gli orologi a regolare la vita</p>
<p>&#8211; Non voler sentir parlare di attività nelle quali non ci si è mai cimentati e che si vivono come “strane” come ad esempio la meditazione, lo yoga&#8230;</p>
<p>&#8211; Stare sempre con lo stesso gruppo di amici e mai estendersi a persone differenti</p>
<p>&#8211; Andare a una festa con una persona e stare sempre solo con lei perché è più sicuro</p>
<p>&#8211; Tenersi in disparte e non partecipare ad una conversazione su argomenti dove non ci consideriamo abbastanza intelligenti, o dotati, o competenti</p>
<p>&#8211; Condannarsi se non si riesce in tutto ciò che si intraprende</p>
<p>La lista potrebbe continuare e ognuno potrebbe fare la sua, ma invece di compilare ancora nuove liste, potremmo solamente chiederci: <span style="text-decoration: underline;">vogliamo vivere ogni giorno come abbiamo vissuto il precedente senza possibilità di crescita?</span></p>
<p>A volte ci creiamo da soli le nostre sofferenze perché incapaci di pensare in modo sano. Se diventiamo capaci di guardare le cose con un’altra prospettiva, i nostri tormenti possono scomparire. E’ sempre il nostro atteggiamento mentale a determinare la qualità della nostra vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Leggi anche “<a title="Di sicurezza si può morire" href="http://www.ritrovareilsorriso.it/cose-la-sicurezza/">Di sicurezza si può morire</a>” e “<a title="Insicurezza stop!" href="http://www.ritrovareilsorriso.it/insicurezza-stop/">Insicurezza stop!</a>”</p>
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<p><em>Liberamente tratto da “Le vostre zone erronee” – Wayne W. Dyer</em></p>
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		<title>Di sicurezza si può morire</title>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2014 09:49:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per tutta la vita sentiamo messaggi che esaltano la cer [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Per tutta la vita sentiamo messaggi che esaltano la certezza, siamo incoraggiati a rimanere su ciò che si conosce e a stare lontani dallo “sconosciuto”. Cerchiamo di capire quando e quanto, questo ci condiziona e ci porta a evitare esperienze nuove o addirittura ad andare incontro alle persone senza pregiudizi.</p>
<p>Aprirsi a nuove esperienze vuol dire abbandonare l’idea che è meglio tollerare “il solito” piuttosto che accogliere l’incertezza di cambiarlo. In realtà spesso è la routine, il tedio del “sempre uguale”, che ci impoverisce e ci manda in frantumi. Se vediamo che stiamo perdendo interesse per la vita, è il caso che iniziamo a porci delle domande.</p>
<p>Chiediamoci se il nostro comportamento ci allontana da tutto ciò che è insolito o semplicemente diverso da noi. Ad esempio, omosessuali, travestiti, handicappati, ritardati mentali, poveretti… ci fanno forse paura? Ci provocano insicurezza e cerchiamo di evitarli perché non sappiamo come comportarci con loro?</p>
<p>Esaminiamo la nostra spontaneità e se sappiamo aprirci a qualcosa di nuovo o se rimaniamo rigidamente chiusi in un comportamento consueto perché più sicuro. Per molte persone è davvero difficile essere genuinamente spontanei. Il pensare con la propria testa non sembra essere molto incoraggiato, molti si allineano a ciò che viene detto loro e, rispondendo rigidamente alle aspettative, non prendono mai iniziative contrarie.</p>
<p>Alla base ci sta il pregiudizio e quindi la rigidità. Il pregiudizio è un giudizio dato a priori che disprezza e rifiuta persone, idee o attività e che, di fatto, ci dice di stare lontani da ciò che non è conosciuto o da chi non è come noi, per evitare fastidi. In realtà i pregiudizi lavorano contro di noi, ci impediscono di scoprire cose e persone nuove e diverse. Se non ci si fida di niente e di nessuno, significa in realtà che non ci fidiamo di noi stessi quando siamo fuori dal mondo in cui siamo avvezzi e che ci dà sicurezza.</p>
<p>Cos’è la sicurezza? Una vita pianificata e programmata che ci dia la garanzia che tutto vada sempre bene fino al momento in cui andremo felicemente in pensione? Dato che sicurezza significa sapere sempre cosa sta per succedere, non è che tutto questo programma ci impedisca di vivere il presente? La sicurezza intesa come garanzie esterne, quali il denaro, una casa, un compagno/a, un lavoro, la bellezza… finché siamo su questa terra non l’avremo mai. Rimanere bloccati all’interno di questo tipo di sicurezza porta alla stagnazione, quindi niente crescita.</p>
<p>Vi è però un altro tipo di sicurezza che vale la pena di perseguire, ed è la sicurezza interiore che consiste nella fiducia in se stessi, nel sapere che qualsiasi cosa accada, si saprà farvi fronte. Questa è l’unica vera sicurezza durevole. Le cose potranno anche andare male, come perdere il denaro, la casa o tutto ciò a noi più caro, ma non perderemo la testa e il senso del nostro valore; e se le sfide che la vita ci presenta, le sentiamo superiori alle nostre possibilità, ancora di più è nella nostra consapevolezza che dobbiamo investire fino a raggiungere una chiara visione del nostro scopo nella vita. Se ci sapremo porre in maniera costruttiva ed evolutiva, non solo trasformeremo la nostra visione interiore, ma anche il mondo intorno a noi.</p>
<p>Cerchiamo di non cadere nel tranello della sicurezza esterna perché ci toglie la capacità di vivere, crescere, realizzarci.</p>
<p>Essere liberi da questa falsa sicurezza è comunque difficile se ci portiamo dentro un’altra convinzione che ci viene inculcata fin dall’infanzia; quella che dobbiamo avere successo a tutti i costi altrimenti non siamo nessuno, e quindi viviamo nel perenne timore di sbagliare e di essere criticati. Se in base al nostro criterio di valutazione, e non quello altrui, dovessimo fallire in qualche cosa, non dobbiamo sbagliare nell’assimilare quell’errore alla stima di noi. Non riuscire in uno sforzo non significa fallire come persona ma semplicemente che in quel dato momento e situazione non siamo riusciti nell’intento. Forse che un gatto quando non riesce a prendere un topolino penserà di avere fallito? No, riproverà un’altra volta. Volere a tutti i costi avere successo è la paralisi. Tendiamo pure alla perfezione ma non permettiamo che diventi un aspetto di noi che ci tiene ai “margini del campo”. Ricordiamoci che è sbagliando, e poi correggendoci, che impariamo di più. Quello che dobbiamo ricordare è di porre attenzione a non ottenere mai nulla con le forzature e inoltre, cercando sempre di beneficare tutti con le nostre azioni. Se danneggiamo qualcuno, quel male inferto ricadrà su di noi.</p>
<p>Leggi anche “<a title="Insicurezza allo specchio" href="http://www.ritrovareilsorriso.it/insicurezza-allo-specchio/">Insicurezza allo specchio</a>” e “<a title="Insicurezza stop!" href="http://www.ritrovareilsorriso.it/insicurezza-stop/">Insicurezza stop!</a>”</p>
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<p><em>Liberamente tratto da “Le vostre zone erronee” – Wayne W. Dyer</em></p>
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		<title>Le relazioni tra conflitti e condizionamenti</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Mar 2013 13:54:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>
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		<description><![CDATA[I rapporti umani non sono facili e non sempre sono font [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>I rapporti umani non sono facili e non sempre sono fonte di soddisfazione e di gioia come si vorrebbe, anzi, proprio dalle relazioni possono scaturire i conflitti più dolorosi. Eppure l’essere umano ha bisogno di relazioni, ha bisogno degli altri. Gli altri esercitano una grande influenza nella formazione della nostra personalità e sono in gran parte la fonte della nostra ispirazione. Anche per esperienza personale sappiamo come ciascuno di noi utilizza gli altri come cardini; noi ruotiamo intorno ai nostri nemici, non meno che intorno ai nostri amici. Aristotele diceva che “l’uomo è un animale sociale, non può esistere senza gli altri”, perde anche la cognizione di sé.<br />
Ognuno di noi lotta per raggiungere la felicità ed ha bisogni, desideri e aspirazioni tra cui quella di amare ed essere amati. Perché allora così tanta conflittualità? Adler, allievo di Freud, sostiene che nell’ego (quello che chiamiamo “io”) degli individui esiste il bisogno irrefrenabile di ottenere la supremazia sugli altri, di conquistare una posizione di sicurezza e prestigio che non possa essere minacciata. È quindi sempre in uno stato di tensione e possibile conflitto. Questa personalità conflittuogena, Freud la definisce come “la somma dei contenuti psichici con i quali il soggetto si identifica”.<br />
Ognuno di noi fa delle esperienze sulla base delle quali creiamo un’immagine inconscia di noi; questa immagine genera a sua volta delle convinzioni profonde attraverso le quali noi vedremo e agiremo nel mondo.  Infatti la nostra visione delle cose non è oggettiva, ma il frutto della nostra esperienza e quindi della nostra personalità. Un bambino ad esempio che nei primi anni di vita abbia vissuto esperienze di solitudine e dolore vivrà da adulto le relazioni in modo diverso da uno che invece sia vissuto in un ambiente accogliente e rassicurante. Ne consegue che ognuno di noi fa scelte condizionate con comportamenti che pensiamo liberi ma che sono per la maggior parte dettati da spinte inconsce.<br />
Alcune delle cause condizionanti che non permettono lo sviluppo di buone relazioni sono dovute ad esperienze negative che hanno generato ansia e dolore; a cattivi apprendimenti di comportamenti in  famiglia; ad educazioni troppo rigide e non valorizzanti la persona; a convinzioni disfunzionali e pensieri irrazionali con occlusione a vedute molteplici. La persona può diventare aggressiva, invadente, totalmente accentrata su di sé, critica e giudicante; oppure passiva, eccessivamente accondiscendente e con atteggiamenti di chiusura.<br />
Esistono due categorie di conflitti: i conflitti  intrapersonali e i conflitti interpersonali. I primi, interni all&#8217;individuo, relativi alla persona con sé stessa, sono una delle cause più frequenti di malessere e generano in breve tempo conflitti interpersonali, e quindi nelle relazioni, anche perché, quando la persona sta male sviluppa la tendenza a proiettare sugli altri la causa del proprio malessere.<br />
I problemi più difficili da risolvere sono proprio quelli con noi stessi perché spesso non sappiamo di averli in quanto creati da atteggiamenti quasi sempre inconsci. La loro origine è una frammentazione o una discordanza tra le varie funzioni della personalità. Quando c’è una discrasia tra l’immagine di noi che abbiamo introiettato e quella che vogliamo o dobbiamo far apparire all’esterno, emozioni, sentimenti, sensazioni, immaginazioni, volontà…non sono bene coordinate ed entrano in conflitto. L’esito è la nevrosi. È il caso di attaccamenti morbosi o di insicurezze e paure che si manifestano all’esterno con atteggiamenti autoritari oppure con manifestazioni di gelosia, invidia, rabbia o comportamenti maniacali.<br />
I disturbi della personalità vivono di vantaggi collaterali: schemi rigidi e ritualità apparentemente sembrano consentire una certa sicurezza, ma è un inganno che il soggetto risolverà (di solito per l’intensa sofferenza) quando deciderà di affrontare la paura del cambiamento ed intraprenderà il viaggio verso la conoscenza di sé, della sua vera identità. Andare a scoprire e a modificare l’immagine dell’io porterà alla comprensione e al superamento di tendenze inconsce generatrici di tensioni e di errate compensazioni. L’immagine dell’Io stabilisce i limiti dell’individuo; se si modifica tale immagine variano di conseguenza anche le potenzialità e le capacità soggettive.</p>
<p><em>Liberamente tratto da “Io e gli altri nel gioco della vita” M. Ferrini</em></p>
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