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	<title>Ritrovare il sorriso &#187; tensioni</title>
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	<description>Counselin e Naturopatia: pensieri, riflessioni e realizzazioni</description>
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		<title>Lettura del corpo</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2014 15:14:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Conoscersi]]></category>
		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Come stai? Sto bene, grazie. Solamente dalle parole non [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Come stai? Sto bene, grazie.</p>
<p>Solamente dalle parole non si può capire se la persona dica o no la verità; spesso si dice quello che si vuole far credere.</p>
<p>Guardando però al linguaggio del corpo possiamo capire di più. Se la persona sta davvero bene, avrà un’espressione vivace, gli occhi luminosi, dei movimenti “vivi”, una voce vibrante, un portamento eretto. Il loro contrario o, ad esempio, una testa reclinata, le spalle curve, un torace incavato e un’andatura lenta riflettono sentimenti di pesantezza e frustrazione.</p>
<p>Molto spesso questi atteggiamenti che si assumono non sono il frutto di una situazione momentanea; sono il risultato di sentimenti predominanti che si sono espressi a lungo in una determinata postura, fino a diventare un’attitudine costante e un atteggiamento nei confronti della vita.</p>
<p>Secondo Lowen l’atteggiamento del corpo diventa per l’individuo la sua seconda natura e quindi parte del suo carattere.</p>
<p>Reich, psicanalista austriaco, fu il primo a prendere in considerazione l’identità funzionale tra psiche e corpo: identificò la corazza caratteriale e muscolare, cioè l’insieme di atteggiamenti tipici sviluppati dall’individuo, anche a livello corporeo, per bloccare le proprie emozioni, i propri desideri e le proprie sensazioni. Attraverso lo studio dei suoi casi, arrivò a capire che questa corazza era una forma di difesa che si era formata già nell’infanzia nel momento in cui era stata negata la soddisfazione di qualche impulso istintuale.</p>
<p>Reich comprese che ad una corazza psichica corrisponde una corazza somatica in quanto l’inibizione di emozioni si manifesta con crampi, tensioni e spasmi nel corpo.</p>
<p>Comprendendo come questi fossero meccanismi di protezione, la lettura del corpo divenne per Reich un modo per penetrare e comprendere il carattere e quindi la modalità con cui la persona reagisce agli eventi della vita, ovvero secondo il principio piacere-dispiacere.</p>
<p>Studiando i vari gruppi muscolari e gli organi che interagiscono nella manifestazione delle varie emozioni, Reich individua sette segmenti corporei dove nel tempo si struttura la corazza, o blocco energetico: segmento oculare, orale, cervicale, toracico, diaframmatico, addominale e pelvico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alexander Lowen, allievo di Reich, focalizzandosi sugli aspetti psichici e sulla loro espressione fisica, elabora la bionergetica, e concentra la sua attenzione sull’atteggiamento, sulla mimica, sulla gestualità, definendo una serie di esercizi fisici, respiratori e contatti corporei per realizzare un’integrazione tra corpo e mente.</p>
<p>Lo scopo è di rilassare la muscolatura, sciogliere i blocchi corporei, riportare in superficie le emozioni represse per restituire così al corpo e alla mente il normale flusso energetico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’orientamento di ogni individuo nella vita è di cercare il piacere e di sfuggire al dolore. Questa sequenza -ricerca del piacere-frustrazione–ansia–difesa– è uno schema che riassume i problemi che s’instaurano nella personalità. Più l’ansia è precoce e protratta nel tempo e più sono le difese che s’instaurano sia a livello psichico sia fisico andando a creare quelle tensioni muscolari che poi, divenute croniche e inconsce, formeranno una corazza caratteriale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella persona sana ed equilibrata, psiche e corpo tendono a promuovere il benessere con scelte consapevoli; nella persona disturbata, queste due aree sono spesso in conflitto con la difficoltà a esprimere emozioni e sentimenti, limitando il benessere e la vitalità dell’organismo.</p>
<p>Ad esempio, se nell’infanzia un individuo si è visto negare la possibilità di chiedere aiuto, poiché segno di debolezza, svilupperà una serie di atteggiamenti, anche attraverso il controllo della muscolatura, con i quali si forzerà a dimostrarsi indipendente e autonomo e sceglierà solo quei rapporti dove tale autonomia è premiata.</p>
<p>All’inizio questo controllo di sé sarà consapevole e cosciente, al fine di evitare i problemi che l’hanno innescato, poi, ogni contrazione fisica diventerà cronica e anche a livello psichico l’emozione inizialmente e consapevolmente bloccata sarà inconsciamente inibita.</p>
<p>Questo fatto lo porterà nella vita a fare scelte che non lo espongano a situazioni che potrebbero fargli esprimere i sentimenti repressi, anche attraverso ulteriori difese come la negazione, la provocazione, la creazione di sensi di colpa, la malattia.</p>
<p>Lowen arrivò a definire e classificare cinque tipologie caratteriali con tendenze a sviluppare psicopatologie: schizoide, orale, psicopatico, masochista e rigido.</p>
<p>Francesco Padrini, ha ulteriormente ampliato e definito queste tipologie energetiche dando loro denominazioni diverse: cerebrale, dipendente, dominante, sottomessa e rigida.</p>
<p>Queste suddivisioni non classificano le persone ma ci aiutano a capire le tipologie difensive; inoltre, poiché ogni individuo ha una propria e unica modalità di esprimere le proprie difese sia a livello fisico che psichico, non esiste un tipo caratteriale puro ma sarà sempre una combinazione di due o più tipologie dove una potrebbe essere dominante sulle altre.</p>
<p>Leggi articolo correlato: <a title="Le cinque tipologie caratteriali" href="http://www.ritrovareilsorriso.it/le-cinque-tipologie-caratteriali/"><span id="sample-permalink" tabindex="-1"><span id="editable-post-name" title="Permalink temporaneo. Fare clic per modificare questa parte.">le-cinque tipologie caratteriali</span></span></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Liberamente tratto da “il linguaggio segreto del corpo e del volto” di Francesco Padrini<br />
</em></p>
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		<title>Viviamo molto nella testa e poco nel corpo</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jul 2014 16:12:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Esercizi]]></category>
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		<description><![CDATA[Manteniamo, per la maggior parte del tempo, attività ch [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Manteniamo, per la maggior parte del tempo, attività che impegnano la nostra mente razionale; spesso siamo seduti, ma anche se ci muoviamo il nostro “fare” è sempre collegato ad attività che portano la nostra attenzione e concentrazione verso ciò che è nella nostra mente ed esterno a noi; spesso, senza nemmeno accorgercene, siamo impegnati a costruirci veri e propri film, futuri o passati. E nelle pause? Bè, c’è lo smartphone, il tablet, facebook….</p>
<p>Facciamoci caso, non vi sembra che ci sia un eccesso di mentalizzazione in tutto?</p>
<p>Quanti di noi si fermano per portare l’attenzione a se stessi, al proprio corpo, alle proprie emozioni, al proprio sentire? Pochi. Eppure è così importante! Tutto ciò che facciamo, diciamo, pensiamo, parte da quella “base”. Se la mente e il corpo non sono in armonia, si rischia la malattia e anche la qualità delle relazioni ne risente.</p>
<p>Inoltre, l’insicurezza che caratterizza il nostro tempo fa sì che noi “stringiamo i denti”, “teniamo duro”, e adottiamo modalità difensive che si manifestano non solo a livello psico-comportamentale ma anche a livello corporeo. Irrigidiamo il corpo, contraiamo le spalle, inibiamo la respirazione…</p>
<p>Sono atteggiamenti difensivi che mettiamo in atto in momenti difficili e di conflitto.</p>
<p>Può succedere di sentire difficoltà a “stare sulle proprie gambe” e di sentirsi depressi. Questo continuo stress esercitato sulla mente e sul corpo riduce l’energia disponibile. Quando questa situazione perdura nel tempo, le tensioni si somatizzano e cronicizzano.</p>
<p>Quali sono i segnali che dà il nostro corpo di fonte a questo malessere?</p>
<p>Con stati di disagio psico-emotivo, come ansietà, depressione, insonnia; o con disturbi organici, patologie psicosomatiche; oppure attraverso l’espressione del corpo: occhi spenti, irrigidimento del viso, camminata disarmonica. E’ il segnale che la persona si è dissociata dalle proprie emozioni, dalle proprie sensazioni corporee e dal proprio sé.</p>
<p>Per chi desiderasse approfondire come le emozioni si bloccano nel corpo, può leggere l’affascinante tema della bionergetica elaborata da Alexander Lowen; io semplicemente qui suggerisco un piccolo ma efficace esercizio da fare ovunque e che sicuramente produce effetti positivi se fatto quotidianamente: chiudere gli occhi e portare l’attenzione al respiro; con l’inspirazione individuare le aree del corpo che sono in tensione e con l’espirazione rilassatele.</p>
<p>Questo ci permette di metterci in relazione con il nostro corpo, e soprattutto, ci dona un momento di silenzio e ci aiuta a riportare l’attenzione al nostro centro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Appunti dal seminario del corso di naturopatia Riza</em></p>
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		<title>Riflessione sull&#8217;indecisione</title>
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		<pubDate>Mon, 19 May 2014 14:13:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[In momenti difficili come questi, spesso anche le decis [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>In momenti difficili come questi, spesso anche le decisioni da prendere sembrano molto difficili. Vorremmo avere subito le idee chiare e soprattutto vorremmo essere sicuri che ciò che scegliamo sia il meglio. L’incertezza, l’indecisione, ci fa &#8220;tendere come corde di violino”.<br />
Per fare delle scelte consapevoli, decidere subito e in modo impulsivo o sotto l’effetto di forti emozioni non è consigliabile; aspettare e accogliere un po’ di indecisione è necessario e utile per permetterci di valutare la situazione o di consultare qualcuno. Uno degli aspetti che io mi premuro di valutare è che la mia scelta non faccia del male a nessuno, meglio se oltre a me fa del bene anche ad altri.<br />
Dopo aver visto pro e contro, ci vuole la forza e il coraggio di fare la nostra scelta e, qualunque sia il problema che dobbiamo affrontare, con serenità e fiducia, dire a noi stessi che abbiamo fatto il meglio di quanto ci era possibile…quindi, archiviamo!</p>
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		<title>Emozioni, impulsi e auto-osservazione</title>
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		<pubDate>Wed, 07 May 2014 16:27:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogniqualvolta ci accorgiamo della presenza di elementi  [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ogniqualvolta ci accorgiamo della presenza di elementi non desiderabili in noi, ad esempio emozioni, emotive o affettive, e impulsi che non sono sotto il nostro controllo, possiamo valutare di sottoporli con attenzione alla nostra analisi critica. Il grado di dominio che la nostra mente riesce ad esercitare varia a seconda del tipo psicologico e di altre caratteristiche individuali, ma in ogni caso la mente può esercitare un certo grado di influenza, la quale può essere accresciuta con l’uso deliberato e l’allenamento.</p>
<p>Senza voler paralizzare emozioni, sentimenti e impulsi, incoraggiamoci ad utilizzare la mente per l’osservazione e la discriminazione. E’ utile riconoscere la natura irrazionale dei nostri impulsi e delle nostre emozioni e valutare i vantaggi o i danni, per noi e per gli altri, prodotti dalla loro manifestazione. Il senso di responsabilità derivante da tale riconoscimento, e anche soltanto la paura delle conseguenze nocive, suscita emozioni, sentimenti e impulsi opposti, che tendono a neutralizzare o controbilanciare in qualche misura quelli originali.</p>
<p>L’auto-osservazione è una pratica molto utile che permette, esercitandoci ripetutamente, di diventare capaci di inserire tra gli impulsi e le azioni un intervallo di riflessione sull’origine, la natura e le conseguenze dei propri impulsi. Il loro riconoscimento, e soprattutto la previsione dei loro effetti, ci rende capaci di acquisire un crescente dominio di noi.</p>
<p>Dominio non vuol dire repressione né soppressione. Gli impulsi non devono venir condannati, o suscitare sensi di paura e di colpa. Il dominio deve produrre un’opportuna direzione, regolazione e trasmutazione delle energie impulsive e delle emozioni. Esso ne consente l’espressione in modi innocui o, meglio, utili e costruttivi. La pausa riflessiva dà il tempo necessario per farlo.</p>
<p>L’analogia con l’acqua può aiutare a comprendere il processo che possiamo mettere in atto.</p>
<p>1 – Costruire degli argini a torrenti e fiumi per contenere il flusso delle acque.</p>
<p>2 &#8211; Costruire serbatoi e bacini capaci di contenere una parte dell’acqua in eccesso.</p>
<p>3 &#8211; Segue l’utilizzazione di quest’acqua: per irrigare i terreni oppure per mettere in moto macchine che generino energia elettrica che sarà poi impiegata in mille modi.</p>
<p>Quest’ultimo punto corrisponde alla trasmutazione e utilizzazione delle energie psichiche.</p>
<p>Nelle sedute di counseling aiuto il cliente a formulare il suo ideale da raggiungere; lo aiuto poi a scorgere le tappe successive necessarie per attuarlo; quindi a concentrarsi sui compiti immediati da svolgere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000080;"><em>Liberamente tratto da “Principi e metodi della psocosintesi terapeutica” R. Assagioli</em></span></p>
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		<title>La paura</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Apr 2014 14:34:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
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		<category><![CDATA[crisi]]></category>
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		<description><![CDATA[La più antica e potente emozione umana è la paura; è un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ritrovareilsorriso.it/wp-content/uploads/2014/04/paure1.jpg"><img class="size-medium wp-image-557 alignleft" alt="paure1" src="http://www.ritrovareilsorriso.it/wp-content/uploads/2014/04/paure1-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>La più antica e potente emozione umana è la paura; è un&#8217;emozione dominata dall’istinto di sopravvivenza ed è necessaria perché è un meccanismo di difesa che ci permette di avere coscienza di un pericolo e quindi di mettere in atto risposte per evitarne le conseguenze.</p>
<p>Quando però la paura non è più scatenata dalla percezione di un reale pericolo, allora perde la sua funzione primaria e diventa l&#8217;espressione di uno stato mentale, il prodotto della nostra immaginazione, che ci fa temere cose che ancora non si sono realizzate e forse non si realizzeranno mai. La paura si trasforma così in una delle emozioni più pericolose e distruttive. Crea nemici, ci tiene in una perenne posizione di difesa o di attacco, ci rende manipolabili, congela le nostre relazioni e la nostra progettualità, ci impedisce di vedere…ci impedisce anche di amare!</p>
<p>La cosa bella però, è che anche in questo caso assolve un compito, quello di mostrarci le nostre “oscure prigioni interiori” affinché noi possiamo iniziare un percorso per illuminarle e dissolverle.</p>
<p>Riconoscere le nostre paure significa diventare consapevoli della nostra vulnerabilità e fragilità, ma anche farci scoprire la forza del nostro vero sé. La paura può essere curata e il cambiamento inizia sempre dal riconoscerla e dall’accettarla. Con la guida di una persona esperta possiamo poi contrapporre, con la pratica della visualizzazione meditativa, immagini e impressioni positive, che ci ricolleghino a dimensioni più elevate della coscienza.</p>
<p>Dove e quando c’è gratitudine per la vita, per la vita come dono e come ricerca inesauribile di senso, prevale il desiderio di fare di ogni accadimento uno strumento per la nostra evoluzione.</p>
<p>Infine consideriamo che, anche se ignorata o rimossa, la prima vera paura da affrontare e da cui originano tutte le altre, è la paura della morte. Dare un senso alla morte, è dare un senso alla vita.</p>
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		<title>Paura del giudizio, bisogno di approvazione</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Apr 2014 14:52:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[condizionamenti]]></category>
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		<description><![CDATA[Cosa penserà? Cosa dirà? Che figura ci faccio? Piaccio? Siamo stati condizionati ad avere bisogno di approvazione fin dai primi anni di vita. Già da bambini abbiamo scoperto il potere che il giudizio positivo rappresenta per la nostra autostima, di come ci gratifichi e allontani da noi dolore e frustrazione. Il giudizio altrui si può trasformare così in un bisogno. Certo, sentirsi biasimare può far male ed è quindi facile essere portati ad agire in modo da farsi approvare, ma così facendo rendiamo le opinioni degli altri più importanti delle nostre. È Una trappola!...e diventa sempre più impegnativo soddisfare le aspettative altrui...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa penserà? Cosa dirà? Che figura ci faccio? Piaccio? Siamo stati condizionati ad avere bisogno di approvazione fin dai primi anni di vita. Già da bambini abbiamo scoperto il potere che il giudizio positivo rappresenta per la nostra autostima, di come ci gratifichi e allontani da noi dolore e frustrazione. Il giudizio altrui si può trasformare così in un bisogno. Certo, sentirsi biasimare può far male ed è quindi facile essere portati ad agire in modo da farsi approvare, ma così facendo rendiamo le opinioni degli altri più importanti delle nostre. È Una trappola!&#8230;e diventa sempre più impegnativo soddisfare le aspettative altrui.</p>
<p>Il desiderio di approvazione non è di per se negativo, lo diventa quando è un’esigenza, quando se non raccogliamo consensi andiamo in stallo e ci sentiamo frustrati e infelici.</p>
<p>Alla base c’è la paura di non essere “riconociuti”, di essere emarginati e rifiutati ed è questo che può portare ad aderire senza discriminazione a tutte le condizioni che il gruppo impone, recitando parti che non sono nostre.</p>
<p>Può succedere che modifichiamo la nostra convinzione o quello che stavamo dicendo perché qualcuno mostra di disapprovare; può essere che aduliamo per essere accettati; oppure diventiamo incapaci di dire di no. Un’altra manifestazione di questo bisogno è scusarsi di continuo, oppure comportarsi da anticonformisti per attirare l’attenzione. Il risultato però è che ci sentiremo sempre più soli.</p>
<p>Entriamo in un circolo vizioso: più cerchiamo l’approvazione degli altri &gt; più siamo mascherati &gt; più ci sentiamo soli &gt; più ci sentiamo insignificanti &gt; più abbiamo paura del giudizio &gt; più abbiamo bisogno dell’altrui approvazione…..e il circolo ricomincia.</p>
<p>Vivere in funzione della paura del giudizio altrui equivale a far morire la propria personalità che non può rivelarsi perché sottoposta a continui travestimenti. Inoltre diventa difficile, forse impossibile, entrare in contatto con noi stessi e con gli altri e capire di cosa abbiamo realmente bisogno. Diventiamo diffidenti, sempre sulle difensive, giudichiamo e ci giudichiamo. Alla base di questo infatti c’è sempre la presenza di un implacabile “giudice interiore” che confronta il nostro comportamento con modelli esterni di riferimento…e ci condanna!</p>
<p>Un&#8217;altra emozione che si può manifestare quando c’è l’esposizione di sé all’osservazione degli altri e la paura del fallimento, è la vergogna. Consiste nel timore di fallire nell’apparire agli altri per come si vorrebbe e di non essere in grado di presentare una buona immagine di sé secondo i propri parametri. Il mantenimento della vergogna è la paura del giudizio dell’altro. Paura e vergogna si auto-nutrono! Generano senso di inadeguatezza, la sensazione di avere qualcosa che non va, di non essere sufficientemente adeguati o degni di essere amati. Possono condurci verso stili di vita caratterizzati da attegiamenti di insicurezza, o al contrario compensati da falsa sicurezza; da timidezza e distacco dagli altri, o da eccessiva dedizione al lavoro.</p>
<p>Come uscire da questa gabbia? Innanzi tutto dobbiamo imparare a rilassarci e a gestire l’ansia. Dobbiamo considerare che anche volendo, non possiamo piacere e accontentare tutti; ci sarà sempre almeno un cinquanta per cento di persone che non sarà d’accordo con quanto diciamo o facciamo. Consapevoli di questo possiamo non avvilirci e non percepire il dissenso come un rifiuto di noi stessi.</p>
<p>Ci sono poi molte tecniche per imparare a gestire le critiche, una è di rispondere con frasi che incomincino con “tu”. Esempio: “tu ti stai arrabbiando e credi che io dovrei fare come dici tu”. Questo permette di non perdere di vista che la disapprovazione è affar suo, non nostro. Un altro modo può essere di rispondere semplicemente con un “grazie, ci penserò” che chiude ogni conflittualità. Inoltre, consiglio sempre di riflettere e di valutare se la persona che ci critica sta proiettando su di noi i suoi problemi (vedi articolo del blog sulle proiezioni).</p>
<p>Decidere di agire in armonia con noi stessi, riporta a noi la responsabilità delle nostre scelte e del modello di riferimento che vogliamo assumere, perché gli errori che possiamo fare, e la loro gravità, vengono determinati in base al sistema di credenze che possediamo e che potrebbero essere condizionate.</p>
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		<title>Senso di inferiorità, volontà di prestigio e integrazione sociale</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2014 19:47:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il senso di inferiorità (che non è un complesso fintant [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il senso di inferiorità (che non è un complesso fintanto che non sia chiaramente nevrotico) è universale. Tutti lo possediamo perché siamo esseri umani.<br />
L’evoluzione della civiltà deve essere intesa, in una certa misura, come una sorte di compensazione, l’esito del grande sforzo dell’umanità per avere ragione della propria inferiorità.<br />
Dal momento che tutti abbiamo un senso di inferiorità, non lo si deve considerare come qualcosa di anomalo in sé. Al contrario, insieme alla volontà di prestigio, ci fornisce la principale fonte di energia motivazionale.<br />
Il problema sta nell’utilizzare questa energia non in uno sforzo egocentrico che distrugge la compagine sociale, bensì in un impegno costruttivo che contribuisce al benessere degli altri.<br />
Ciò non toglie che un senso di inferiorità eccessivo porti a comportamenti nevrotici, perché viene dato all’io un desiderio di potere più forte del normale.<br />
Più ci si sente inferiori, più disperatamente si lotterà per ottenere il predominio.<br />
Il senso di inferiorità e la volontà di prestigio sono semplicemente due aspetti della stessa pulsione presente nell’individuo.<br />
Possiamo pertanto dedurre che dietro una smodata ambizione si nasconda un profondo (anche se inconscio) senso di inferiorità.<br />
Quello che viene chiamato “complesso di superiorità” è quindi semplicemente l’altra faccia di un sottostante senso di inferiorità: poiché l’io si sente inferiore, assume una speciale facciata di superiorità e si assicura che tutti lo notino.<br />
In questo schema l’altrui umiliazione equivale al proprio innalzamento.<br />
Ecco il piacere del pettegolezzo!<br />
Tutti abbiamo sentito la tendenza a sminuire gli altri per accrescere il nostro prestigio personale.<br />
L’individuo normale, tiene sotto controllo questa tendenza e mira ad orientare il suo sforzo verso un ambito sociale; il nevrotico invece, lo orienta in senso antisociale e usa gli altri come “gradini”, muovendo così la guerra proprio a quella struttura a cui deve la propria esistenza.<br />
Occorre differenziare la normale lotta per il potere da quella nevrotica. Una normale ambizione deriva dalla forza, che è una funzione naturale dell’essere vivente; l’ambizione nevrotica deriva dalla debolezza e dall’insicurezza e trae soddisfazione dalla svalutazione degli altri e dal dominio su di essi.</p>
<p>Ciò fa capire che per una vita sana occorre coraggio. Quando riusciamo a trovare il coraggio, ci liberiamo dalla coazione del senso di inferiorità e non sentiamo più il bisogno di lottare contro gli altri.<br />
La paura è una grande devastatrice dei rapporti umani.<br />
Secondo il sistema adleriano, i più importanti valori, oltre al coraggio, sono l’interesse sociale e la cooperazione.<br />
Attraverso un’espressione di sé socialmente costruttiva, gli individui sono in grado di diventare completi e realizzati.</p>
<p>Ma l’individualità, va forse contro l’integrazione sociale?<br />
Per vivere con chi ci sta accanto spesso occorre inibire certe espressioni di individualità ma ad un livello più profondo non esiste incompatibilità: noi siamo uniti agli altri anche dentro di noi.</p>
<p>Come counselor ho potuto verificare che quanto maggiore è l’integrazione sociale raggiunta dal cliente, tanto più nell’insieme, egli realizzerà l’individualità unica che gli è propria.<br />
Da questo principio della personalità, l’integrazione sociale, ricaviamo l’importanza per il counselor di aiutare i clienti ad accettare di buon grado la responsabilità sociale, dargli il coraggio che lo libererà dalla coazione del senso di inferiorità, e aiutarlo a orientare i suoi sforzi verso scopi socialmente costruttivi.</p>
<p><em>Liberamente tratto da L’arte del counseling – Rollo May</em></p>
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		<title>Evoluzione</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Mar 2014 20:17:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>
		<category><![CDATA[tensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[L’unità definitiva della personalità umana non è possibile né tanto meno auspicabile...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’unità definitiva della personalità umana non è possibile né tanto meno auspicabile.<br />
La personalità è dinamica, non statica; creativa, non vegetativa.<br />
Ciò che è auspicabile è un’organizzazione nuova e costruttiva delle tensioni e non una qualsiasi unità definitiva.<br />
Noi non possiamo liberarci una volta per tutte del conflitto (questo significherebbe ristagno) ma piuttosto trasformare i conflitti distruttivi in conflitti costruttivi.<br />
Ognuno deve sopportare dentro di sé la tensione fra due aspetti opposti del mondo: il condizionato e l’incondizionato. Noi non siamo creature né del tutto orizzontali, né del tutto verticali; al contrario, viviamo in entrambe le dimensioni, quella orizzontale e quella verticale. E l’intersezione di questi piani provoca una tensione di fondo. Non c’è da stupirsi che la vita non possa essere una semplice unità.<br />
Da questa tensione nasce la nostra consapevolezza spirituale.</p>
<p><em>Liberamente tratto da L’arte del counseling – Rollo May</em></p>
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