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	<title>Ritrovare il sorriso &#187; depressione</title>
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	<description>Counselin e Naturopatia: pensieri, riflessioni e realizzazioni</description>
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		<title>Gioia e tristezza</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2014 12:11:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando siamo nella gioia, è come essere in cima alla mo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quando siamo nella gioia, è come essere in cima alla montagna e guardare ogni cosa dall&#8217;alto; tutto ci sembra bello e giusto. Sorridiamo dentro di noi anche senza apparente motivo. Poi succede qualcosa, spesso nemmeno sappiamo cosa, un&#8217;emozione disturbante entra in noi e ci troviamo di nuovo ai piedi della montagna. Risalire può sembrare difficile, avvilente, ed è più facile lasciarsi andare allo sconforto, all’inerzia. Il lamento diventa quasi un coccolarci. È qui che le brutte abitudini si insinuano facilmente.</p>
<p>In questi momenti può essere essenziale ripercorrere velocemente indietro il fiume delle nostre emozioni per capire cosa si è insinuato in noi, tanto da farci precipitare.</p>
<p>A volte è stato un gesto, un pensiero, una frase, qualcosa che ha fatto leva su una nostra paura, o su un nostro bisogno trascurato.</p>
<p>Capirlo, riconoscerlo, è come accogliere tra le nostre braccia un bambino piangente che ha bisogno di essere ascoltato, consolato, guidato. Parlare con questo nostro bambino interiore cambia la vibrazione dei nostri pensieri: da “vittime” torniamo ad essere i &#8220;gestori&#8221; della situazione.</p>
<p>E cosa succede se non riusciamo a capire il motivo per cui siamo entrati nella tristezza?</p>
<p>Quando la casa brucia, la prima cosa da fare è fuggire fuori; le domande sul perché dell’incendio le faremo dopo. Può essere che ci attardiamo un poco e ci lasciamo andare a un pianto, ma poi dobbiamo uscire. Rimanere dentro non ci aiuta, non ci serve, e corriamo il rischio di non essere più capaci di uscire da soli.</p>
<p>Patanjali nei suoi Yoga Sutra scrive: “Un pensiero disturbante? Poniti nel suo contrario.&#8221; Significa che un’emozione forte può essere contrastata solo con un’emozione altrettanto forte e contraria; quindi cerchiamo di rievocare qualcosa di gioioso, spostiamo i nostri pensieri su qualche cosa di bello, di elevato; cantiamo, anche se non ne abbiamo voglia, finché sentiamo che il lamento è diventato un canto.  La lettura di testi ispiranti, la meditazione o la contemplazione sono ottimi strumenti. Oppure andiamo a correre, stiamo in compagnia di persone positive, e in seguito parliamo con qualcuno che possa aiutarci.</p>
<p>In ogni caso, iniziamo da subito a ringraziare per ogni cosa che ci circonda. La gratitudine è l’antidoto per eccellenza della tristezza e della depressione. Non si può essere nella tristezza se siamo grati, e abbiamo sempre qualcosa per cui ringraziare. Anche se il problema che ci affligge è grande, ricordiamoci che è temporaneo e se lo trattiamo come un segnale, anch’esso è un veicolo per aiutarci a guadagnare nuovi e più alti livelli di comprensione, e quindi di felicità.</p>
<p>Il dono più grande che possiamo conquistare è la comprensione del chi siamo, del perché siamo qui e del dove dobbiamo arrivare. Questa è il mio parere.</p>
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		<title>Morire d’amore</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jun 2014 18:59:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sono persone che nella coppia sono così sottomesse e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono persone che nella coppia sono così sottomesse e dipendenti che soffrono veramente molto e non riescono mai a permettersi momenti di sereno abbandono. E’ questo il caso in cui la relazione è centrata sulla dipendenza e non sull’amore e sul rispetto, tanto che spesso, il suo carattere distruttivo renderebbe auspicabile una separazione.</p>
<p>Di fronte alla paura della solitudine, del vuoto, sono sempre di più le persone che si rifugiano in relazioni strette ed esclusive (con partner o genitori o figli), che diventano la causa di sofferenza, autodistruzione, svalutazione di sé. E’ il fenomeno della dipendenza affettiva o della co-dipendenza. L&#8217;amore verso l&#8217;altro presenta diverse caratteristiche delle dipendenze in generale, ma sviluppandosi nei confronti di una persona, è più difficile da riconoscere e da contrastare.</p>
<p>Il concetto di dipendenza affettiva corrisponde a quella che potremmo definire una vera e propria disfunzione del sé in cui il “rapporto d’amore” è vissuto come condizione stessa della propria esistenza. Si parla di “dipendenza” affettiva proprio per sottolineare il fatto che il soggetto ha “bisogno” dell’altro come di una vera e propria “droga”. La dipendenza affettiva presenta infatti le seguenti caratteristiche: il soggetto dipendente tende a star bene solo quando è in presenza della persona amata e tende ad aumentare le “dosi” di presenza/vicinanza della persona amata.</p>
<p>Di solito uno gioca la parte della vittima e l’altro del persecutore. Insieme soffrono, non si rispettano e non si amano ma, anche quando è evidente che il rapporto non funziona, non si separano e non viene messo in atto nessun cambiamento perché questo fa paura.</p>
<p>La persona con questa dipendenza affettiva si mette al servizio dell’altra e rinuncia ai propri diritti e ai propri bisogni. Il dipendente proiettata l’illusione della risoluzione dei propri problemi (che spesso hanno origine nei &#8220;vuoti affettivi&#8221; dell&#8217;infanzia) sul partner, il quale assume il ruolo di “salvatore”; egli diventa lo scopo della sua esistenza, e la sua assenza anche temporanea darà la sensazione al soggetto di non esistere (DuPont, 1998).</p>
<p>Proprio per questi motivi spesso questo tipo di personalità dipendente si sceglie partner &#8220;problematici&#8221;, portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza. Ciò giustifica il negare i propri bisogni perchè l&#8217;altro deve essere aiutato. Ma è un aiuto &#8220;malato&#8221; in cui si diventa &#8220;co-dipendenti&#8221;.</p>
<p>Le persone dipendenti affettivamente, pur di mantenere e non rischiare di perdere l’oggetto amato, sono disposti a sacrificare qualsiasi bisogno o desiderio personale fino al punto di annullare il proprio sé. L’importanza attribuita all’oggetto d’amore spinge il dipendente affettivo a preservare il rapporto “sentimentale” a tutti costi.</p>
<p>Queste persone vivono costantemente nell’ansia di poter perdere la persona amata, evento considerato insopportabile e inconciliabile con il proseguo della propria vita.</p>
<p>In questa relazione senza speranza, insoddisfacente, umiliante e spesso autodistruttiva si sviluppa una vera e propria sintomatologia come ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, malinconia, idee ossessive. Di solito c&#8217;è mancanza di rispetto, progetti di vita diversi, se non opposti, bisogni e desideri che non possono essere condivisi, oltre ad essere poco presenti momenti di unione profonda e di soddisfazione reciproca. Chi è affetto da dipendenza affettiva non riesce a cogliere e a beneficiare dell&#8217;amore nella sua profondità ed intimità. “Non posso vivere senza di lui/lei” non è una dichiarazione d’amore ma un’autorizzazione a far dipendere la propria vita dall&#8217;altro.</p>
<p>Si può guarire da questa relazione distruttiva? Si, si può!</p>
<p>Il primo passo per uscire dalla dipendenza affettiva è diventarne consapevoli, ossia riconoscere che siete coinvolti in questo tipo di problema. E’ importante poi liberarsi dell’incubo che senza l’altro non potete vivere e che se vi comporterete bene lui/lei vi amerà. Andate fino in fondo a queste paure. Occorre sfidare ciò che si teme, altrimenti sarete sempre ricattabili. Per uscire da un amore soffocante dovete cominciare a credere nel vostro valore e recuperare la vostra autonomia. Non lottate per liberarvi dell’altro, ma ritrovate dentro di voi la gioia di vivere, e l’altro vi apparirà come un inutile fardello.</p>
<p>Cominciate con il rompere qualche schema, o comportamento abituale, per riappropriarvi della vostra libertà di agire, e iniziate ad uscire dall&#8217;isolamento nel quale sicuramente vi trovate.</p>
<p>Spostate l’attenzione dai bisogni dell’altro ai vostri. Anche piccole cose ma iniziate a prendervi cura di voi stessi. Questo è l’inizio della “guarigione”; la dipendenza è la conseguenza della nostra incapacità di amarci ed amare la vita che viviamo.</p>
<p>Avete il diritto a una vita migliore, serena e soddisfacente; se l’altro ha problemi, deve assumersi la responsabilità di risolverli; non è egoismo, al contrario, assumendovi le responsabilità dell’altro impedite la sua crescita.</p>
<p>Il percorso da fare è quello di riappropriarvi della vostra interezza. Almaas [1999] scrive che le persone cercano l’altro per compensare le proprie mancanze e questo causa molta infelicità. Dovete capire ciò che ritenete vi manchi e reintegrarlo in voi anche se questo può costare fatica. In ogni caso bisogna smettere di cercare di compensare le proprie mancanze attraverso l’altro perché questo porta al pericolo di entrare in distruttive simbiosi con il partner.</p>
<p>Un altro passo determinante è l’acquisizione del valore del rispetto, per voi stessi e per gli altri. Che decidiate di separarvi o di restare assieme, non scendete a compromessi, non imbrogliatevi. Rispettare se stessi e gli altri significa desiderare senza pretendere; significa esprimersi con dignità e fermezza impegnandosi a ristabilire i giusti confini che rispettino e garantiscano la liberta di ognuno; significa anche accettare di perdere l’altro; significa non perdersi per i bisogni dell’altro; significa accettare anche la solitudine.</p>
<p>Il cambiamento infatti chiede di rischiare proprio ciò che fa più paura, la solitudine, ma se imparerete a dialogare con le vostre emozioni, troverete il coraggio di manifestarvi per quello che siete, vi prenderete cura dei vostri bisogni e imparerete anche ad accettare ciò che ora temete.</p>
<p>Questi sono solo brevi spunti per riflettere, il tema è molto ampio e sicuramente ciò che ho scritto non è esaustivo; il mio consiglio è cercare uno psicoterapeuta, un counselor o un gruppo di sostegno; è meglio essere umili e chiedere l’aiuto di un professionista perché non sempre possiamo farcela da soli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Alcuni contenuti sono stati liberamente tratti da: Franco Nanetti. “Gli itinerari dell&#8217;Amore e della Passione”.</em></p>
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		<title>Accettare la sofferenza dell’abbandono</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jun 2014 15:06:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Indubbiamente ogni abbandono comporta sempre un’intensa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Indubbiamente ogni abbandono comporta sempre un’intensa sofferenza che nessun atteggiamento consolatorio né alcun consiglio riesce a lenire.</p>
<p>Per l’abbandono subito, la persona rimasta sola tende a svalutarsi e a permanere per tale motivo nell’illusoria attesa di venir ancora nutrita affettivamente dall’altro; ma per “salvarsi”, in ogni separazione bisogna pagare un prezzo, e talora il prezzo più elevato è l’accettazione della sofferenza stessa. Non si superano i tormenti della passione strappandosi le frecce dal cuore, ma soltanto accettando inizialmente e senza alcuna mediazione che la sofferenza abbia il suo corso.</p>
<p>&#8220;Un partner dopo anni di convivenza mi abbandona. Sono disperato, e così lotto accanitamente per estirpare da me il desiderio dell’altro. Ma più lotto in questa direzione, più mi sento dipendere dall’altro.&#8221; L’unica forma di salvezza non sta nell’eroica decisione di non amare più, ma nell’accettare e lasciar vivere il dolore senza volerlo né trattenere, né rifiutare. Non ci si libera dall’attaccamento con la rinuncia.</p>
<p>Non si vince l’attaccamento morboso con lo sforzo della volontà, i fermi propositi, i sacrifici eroici. Tutto questo non funziona. L’unico modo di disfarsi di un attaccamento è ritenerlo come tale, rendersi conto che esso è ciò che è […] e non opporsi ad esso come un nemico personale, ma lasciarlo cadere come un morto. Non vergognatevi, non spaventatevi, guardate con bontà e comprensione i vostri attaccamenti e questi dopo poco diminuiranno la loro importanza.</p>
<p>Talora inganniamo noi stessi dicendoci: “quella persona è insostituibile, “nessun altro potrà rendermi felice”, ma ciò non corrisponde a verità. Basterà lasciare trascorrere un po’ di tempo per vedere l’altro per ciò che realmente è e uscire così da una visione distorta della realtà.</p>
<p>Alcuni tendono a reagire con la strategia “chiodo scaccia chiodo”. Ritengo che passare in modo subitaneo da un partner all’altro, da una dipendenza all’altra, nell’intento di non soffrire, sia un grave errore, poiché sovente la scelta del nuovo partner verrebbe, per effetto dell’atteggiamento reattivo, ad essere ancora deformata dalle proprie proiezioni. Quando una relazione finisce, è bene prendersi un periodo per stare da soli e riflettere sulle proprie scelte.</p>
<p><strong>Perdonare e perdonarsi.</strong></p>
<p>Non perdonare e non perdonarsi significa rimanere imprigionati in un rapporto di dipendenza negativa. Chi non perdona si costringe all’infelicità per quattro ragioni:</p>
<p>– l’energia consumata nel rancore viene distolta dalla possibilità di sperimentare una vita più gioiosa e costruttiva;</p>
<p>– il rancore ci fa restare dipendenti e non ci permette di iniziare nuovi rapporti d’amore;</p>
<p>– l’idea sbagliata che tutto il male sta nell’altro e che noi siamo innocenti;</p>
<p>– l’impossibilità di arrivare ad una reale comprensione delle debolezze e delle fragilità che ci portano spesso a commettere errori.</p>
<p>Solo chi può affidarsi al perdono può sperimentare nuovamente l’amore.</p>
<p>Quando una relazione si conclude, si tende a colpevolizzare l’altro. Tale atteggiamento, volto a collocarci su un piano di innocenza, non ci aiuta a crescere.</p>
<p><strong>I pensieri che non ci aiutano.</strong></p>
<p>Vi sono convinzioni che bloccano l’elaborazione della perdita e altre che la facilitano. Le convinzioni bloccanti, centrate sulla logica del bisogno e sulla tirannia dei “devo” [W. Dryden, J. Gordon, 1996] sono:</p>
<p>– questa relazione non deve finire;</p>
<p>– è terribile che sia stato abbandonato e che rimanga solo;</p>
<p>– se sono stato lasciato ciò significa che non valgo abbastanza;</p>
<p>– se l’altro mi ha lasciato è una persona disdicevole;</p>
<p>– non riuscirò mai ad avere un altro partner come lui.</p>
<p>Tali convinzioni comportano l’emergere di emozioni disfunzionali, quali: disperazione, rabbia, paura, depressione.</p>
<p>Secondo la prospettiva cognitivista tali convinzioni vanno elaborate in quanto sono esagerate, illogiche, irrealistiche, vincolate alla pretesa, e quindi irrazionali. Pensare che una relazione non debba mai finire è auspicabile, ma può accadere. Anzi accade più spesso di quanto si possa pensare. Noi apparteniamo alla vita, possiamo desiderare, progettare, ma la vita dispone indipendentemente da noi. Pensare che sia terribile essere abbandonati e rimanere soli provoca sofferenza, ma il tutto è sopportabile, anche perché stare soli non è poi così terribile. Pensare che una relazione finisca perché io o l’altro siamo mancanti di qualcosa è un’ipotesi arbitraria. Posso non piacere a quella persona, ma posso piacere a tante altre e viceversa. E infine pensare che non troverò un’altra o un altro come lei o lui, non corrisponde alla realtà. Ci sono sempre altri partner che potrebbero trovarmi gradevole. Occorre aspettare attivamente con fiducia e sicurezza nelle proprie capacità.</p>
<p>Elaborando le convinzioni bloccanti posso provare emozioni che non mi impediscano di raggiungere i miei scopi, posso continuare a desiderare l’altro senza essere ricambiato, posso riemergere nel mio valore senza dipendere da una persona qualsiasi per amarmi, posso vedere l’altro per quello che è senza doverlo idealizzare, e proprio per queste ragioni posso essere disponibile per l’inizio di una nuova relazione felice e duratura, che, se non sto a piangermi troppo addosso, potrebbe cominciare anche in tempi brevi, oppure potrebbe tardare a presentarsi, ma non per questo occorre che mi disperi.</p>
<p>Da soli, se abbiamo imparato a stimarci, si sta proprio bene.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Passi di: Franco Nanetti. “Gli itinerari dell&#8217;Amore e della Passione”</em></p>
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		<title>Riflessione sull&#8217;infelicità</title>
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		<pubDate>Thu, 29 May 2014 14:01:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se abbiamo mal di pancia, non andiamo a mangiare tutto  [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se abbiamo mal di pancia, non andiamo a mangiare tutto quello che ci dà piacere per farcela passare; cercheremo e cureremo la causa. Similmente, se siamo infelici, non serve rincorrere ogni cosa ci dia piacere (il beneficio sarebbe breve e insoddisfacente), dobbiamo prima capire e “curare” la causa.<br />
Non è sempre facile perché spesso questa risiede nel passato. Condizionamenti, illusioni, proiezioni, compensazioni, rivalse…è impressionante come si possa rimanere ingabbiati nel passato. La cosa positiva però è che anche se quanto è accaduto non si può modificare, gli esiti che proietta sul presente, sì!<br />
Quando una persona inizia il &#8220;viaggio alla riscoperta di sè”, è la nuova consapevolezza a modificare le cose.<br />
Ciò accade in più fasi:<br />
&#8211; la messa in evidenza di quanto e come un evento, persona o situazione, ci abbia influenzato<br />
&#8211; la rilettura dell’evento con un nuovo livello di coscienza<br />
&#8211; la messa in luce della qualità che in quella situazione ci ha permesso di non soccombere<br />
Infine, il processo raggiunge il massimo degli esiti positivi quando noi riusciamo a fare tesoro della qualità emersa e la facciamo diventare uno strumento di aiuto per il bene di altri.</p>
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		<title>La rassegnazione</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Apr 2014 07:25:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rassegnazione è nostra nemica.  Assenza di coraggio, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La rassegnazione è nostra nemica.  Assenza di coraggio, conformismo, dipendenza, fino a perderci nell’oblio dell’apatia, dell’anestesia, dell’amnesia. Rende tutto opaco, separandoci dalla nostra natura che è evoluzione, realizzazione. Tutto viene procrastinato, le nostre aspirazioni accantonate, e la paura di fallire ci impedisce di rischiare e di metterci alla prova. L’opinione degli altri diventa più importante della nostra e invece di sostenere la nostra unicità, preferiamo conformarci alla maggioranza in un’illusoria forma di rassicurazione. Rinunciamo così ad attingere alle nostre risorse e al nostro potere personale, e facciamo dipendere dagli eventi esterni, dalle circostanze e dagli altri, il nostro equilibrio, la nostra serenità.</p>
<p>In questa situazione nella quale ci siamo persi, anche solo fare silenzio e ascoltarci sembra diventato impossibile. Domande banali come “chi sono?”, “cosa voglio?”, “cosa mi piace fare?”, sono condizionate o soffocate da desideri indotti da un sistema che ci vuole “sudditi”. Aumenta la paura di “ritrovarci” come se facendolo dovessimo affrontare un dolore nascosto che non possiamo permetterci di far emergere. La parola d’ordine diventa “teniamo duro”! E’ di nuovo la paura che protegge assurdamente il raggiungimento del nostro potere.</p>
<p>Quando pian piano invece cominciamo ad accogliere quei piccoli sprazzi di verità che affiorano, quelle piccole vocine interiori che ci mandano dei segnali, possiamo iniziare un percorso di risalita e cominciare a riappropriarci della nostra vera natura.</p>
<p>E’ importante che noi iniziamo osservando come il presente sia in qualche modo il ritratto di pensieri e convinzioni del passato; questo ci permette di capire come noi possiamo intervenire nel futuro andando a modificare oggi, nel presente, i nostri atteggiamenti, pensieri e convinzioni. Il passato non possiamo modificarlo, possiamo solo coglierne gli insegnamenti e accettarlo, togliendogli così la virulenza che ancora opera in noi, e ripartire!&#8230;alla ricerca della nostra miglior versione di noi stessi!</p>
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		<title>Quando le circostanze esterne non sono più gestibili</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Apr 2014 09:47:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Al giorno d’oggi ci è viene insegnato ad avere fiducia  [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ritrovareilsorriso.it/wp-content/uploads/2014/04/13.jpg"><img class="size-medium wp-image-562 alignleft" alt="13" src="http://www.ritrovareilsorriso.it/wp-content/uploads/2014/04/13-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>Al giorno d’oggi ci è viene insegnato ad avere fiducia nella tecnologia e nelle scienze e che con una combinazione di denaro e determinazione, le circostanze possono essere modificabili. In realtà prima o poi tutti ci scopriamo impreparati e impotenti di fronte a certi accadimenti.</p>
<p>La mia esperienza personale e di counselor mi mostra come quando le circostanze esterne non sono più gestibili, tutto quello che è stato appreso sul piano razionale non  aiuta più e le persone si sentono impotenti, la loro fiducia vacilla e perdono ogni punto di riferimento. Alcune si dichiarano religiose ma anche la fede in Dio, quando non è stata addirittura negata per rabbia,  non sembra dare loro conforto e guida. Cresce in loro un vuoto che chiama di essere colmato ma non si sa con cosa, e ritornano domande che sembrano essere cadute di moda: chi sono, da dove vengo, perché mi succede questo?</p>
<p>In un’epoca in cui l’esperienza diretta è sostituita da un’ideologia, le persone si appoggiano a dogmi e dottrine, ma questo non le aiuta nel vero momento di difficoltà. Totalmente impegnate nell’esteriorità e completamente dimentiche della loro reale natura, anche quando hanno professato un credo non lo hanno realmente realizzato.</p>
<p>La conoscenza dovrebbe essere affiancata da un metodo; conoscenza e metodo devono portare all’esperienza diretta, perché è solamente attraverso questa che può esserci realizzazione. Quando, anche solo per un fugace momento, noi realizziamo la nostra natura spirituale, ecco che conoscenza, metodo e esperienza diventano i nostri strumenti per affrontare la vita.</p>
<p>Personalmente ho trovato nella scienza dello Yoga e nella meditazione un ottimo strumento per conoscere noi stessi, la nostra centralità e portare quindi la conoscenza sul piano dell’esperienza. Questo non vuol dire che uno debba cambiare religione, può praticare anche un laico, avrà comunque dei grandi benefici. L’importante è attingere da fonte certa.</p>
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		<title>Paura del giudizio, bisogno di approvazione</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Apr 2014 14:52:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa penserà? Cosa dirà? Che figura ci faccio? Piaccio? Siamo stati condizionati ad avere bisogno di approvazione fin dai primi anni di vita. Già da bambini abbiamo scoperto il potere che il giudizio positivo rappresenta per la nostra autostima, di come ci gratifichi e allontani da noi dolore e frustrazione. Il giudizio altrui si può trasformare così in un bisogno. Certo, sentirsi biasimare può far male ed è quindi facile essere portati ad agire in modo da farsi approvare, ma così facendo rendiamo le opinioni degli altri più importanti delle nostre. È Una trappola!...e diventa sempre più impegnativo soddisfare le aspettative altrui...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa penserà? Cosa dirà? Che figura ci faccio? Piaccio? Siamo stati condizionati ad avere bisogno di approvazione fin dai primi anni di vita. Già da bambini abbiamo scoperto il potere che il giudizio positivo rappresenta per la nostra autostima, di come ci gratifichi e allontani da noi dolore e frustrazione. Il giudizio altrui si può trasformare così in un bisogno. Certo, sentirsi biasimare può far male ed è quindi facile essere portati ad agire in modo da farsi approvare, ma così facendo rendiamo le opinioni degli altri più importanti delle nostre. È Una trappola!&#8230;e diventa sempre più impegnativo soddisfare le aspettative altrui.</p>
<p>Il desiderio di approvazione non è di per se negativo, lo diventa quando è un’esigenza, quando se non raccogliamo consensi andiamo in stallo e ci sentiamo frustrati e infelici.</p>
<p>Alla base c’è la paura di non essere “riconociuti”, di essere emarginati e rifiutati ed è questo che può portare ad aderire senza discriminazione a tutte le condizioni che il gruppo impone, recitando parti che non sono nostre.</p>
<p>Può succedere che modifichiamo la nostra convinzione o quello che stavamo dicendo perché qualcuno mostra di disapprovare; può essere che aduliamo per essere accettati; oppure diventiamo incapaci di dire di no. Un’altra manifestazione di questo bisogno è scusarsi di continuo, oppure comportarsi da anticonformisti per attirare l’attenzione. Il risultato però è che ci sentiremo sempre più soli.</p>
<p>Entriamo in un circolo vizioso: più cerchiamo l’approvazione degli altri &gt; più siamo mascherati &gt; più ci sentiamo soli &gt; più ci sentiamo insignificanti &gt; più abbiamo paura del giudizio &gt; più abbiamo bisogno dell’altrui approvazione…..e il circolo ricomincia.</p>
<p>Vivere in funzione della paura del giudizio altrui equivale a far morire la propria personalità che non può rivelarsi perché sottoposta a continui travestimenti. Inoltre diventa difficile, forse impossibile, entrare in contatto con noi stessi e con gli altri e capire di cosa abbiamo realmente bisogno. Diventiamo diffidenti, sempre sulle difensive, giudichiamo e ci giudichiamo. Alla base di questo infatti c’è sempre la presenza di un implacabile “giudice interiore” che confronta il nostro comportamento con modelli esterni di riferimento…e ci condanna!</p>
<p>Un&#8217;altra emozione che si può manifestare quando c’è l’esposizione di sé all’osservazione degli altri e la paura del fallimento, è la vergogna. Consiste nel timore di fallire nell’apparire agli altri per come si vorrebbe e di non essere in grado di presentare una buona immagine di sé secondo i propri parametri. Il mantenimento della vergogna è la paura del giudizio dell’altro. Paura e vergogna si auto-nutrono! Generano senso di inadeguatezza, la sensazione di avere qualcosa che non va, di non essere sufficientemente adeguati o degni di essere amati. Possono condurci verso stili di vita caratterizzati da attegiamenti di insicurezza, o al contrario compensati da falsa sicurezza; da timidezza e distacco dagli altri, o da eccessiva dedizione al lavoro.</p>
<p>Come uscire da questa gabbia? Innanzi tutto dobbiamo imparare a rilassarci e a gestire l’ansia. Dobbiamo considerare che anche volendo, non possiamo piacere e accontentare tutti; ci sarà sempre almeno un cinquanta per cento di persone che non sarà d’accordo con quanto diciamo o facciamo. Consapevoli di questo possiamo non avvilirci e non percepire il dissenso come un rifiuto di noi stessi.</p>
<p>Ci sono poi molte tecniche per imparare a gestire le critiche, una è di rispondere con frasi che incomincino con “tu”. Esempio: “tu ti stai arrabbiando e credi che io dovrei fare come dici tu”. Questo permette di non perdere di vista che la disapprovazione è affar suo, non nostro. Un altro modo può essere di rispondere semplicemente con un “grazie, ci penserò” che chiude ogni conflittualità. Inoltre, consiglio sempre di riflettere e di valutare se la persona che ci critica sta proiettando su di noi i suoi problemi (vedi articolo del blog sulle proiezioni).</p>
<p>Decidere di agire in armonia con noi stessi, riporta a noi la responsabilità delle nostre scelte e del modello di riferimento che vogliamo assumere, perché gli errori che possiamo fare, e la loro gravità, vengono determinati in base al sistema di credenze che possediamo e che potrebbero essere condizionate.</p>
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		<title>Obesità, stato infiammatorio e depressione</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Mar 2014 14:41:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho letto un articolo interessante su sito della SIPNEI, Società Italiana di Psico Neuro Endocrino Immunologia...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto un articolo interessante su sito della SIPNEI, Società Italiana di Psico Neuro Endocrino Immunologia (che promuove lo studio dell’organismo umano nella sua interezza e nel suo fondamentale rapporto con l’ambiente) e mi sembra utile condividerne un estratto. Cita che sempre più numerosi sono gli studi che legano l’eccesso di tessuto adiposo, all’insorgenza di alcune patologie. Partendo da tali presupposti si è posta l’attenzione sul legame fra obesità e insorgenza di stati depressivi. E’ già noto e riconosciuto, infatti, che le persone obese hanno una più elevata probabilità di incorrere in problemi di depressione. Da un lato è evidente la bidirezionalità del problema, per cui le persone depresse hanno probabilità più elevate di prendere peso. Negli stati depressivi o negli stati emozionali negativi, infatti, vi sono spesso preferenze per i cibi ad alto valore energetico, ricchi cioè in zuccheri o lipidi.</p>
<p>Ciò che oggi sta divenendo evidente è che le reazioni emozionali al cibo possono influenzare il nostro futuro e condurre ad una sovralimentazione, ma anche che i nutrienti che assumiamo possono influenzare il nostro umore e comportamento attraverso un’azione diretta del sistema nervoso centrale e attraverso il loro impatto sul metabolismo energetico, la funzionalità endocrina e il sistema immunitario.<br />
I nuovi studi, pertanto, partendo da tali presupposti, tendono ad approfondire e a chiarire il possibile legame fra obesità, stato infiammatorio e insorgenza di patologie anche di tipo depressivo.</p>
<p>Quali sono quindi i punti da valutare per il riequilibrio di infiammazioni e depressioni?<br />
&#8211; Innanzitutto lo stress, che, acuto o cronico, è in grado di sbilanciare il profilo immunitario.<br />
&#8211; L’alimentazione: sappiamo che la dieta mediterranea, che è antinfiammatoria, è protettiva, mentre una dieta, ricca di carni, di latticini e zuccheri, incrementa l’infiammazione.<br />
&#8211; L’attività fisica, che se svolta con regolarità sarebbe in grado di controllare da un lato l’infiammazione e dall’altro di agire direttamente sull’umore.<br />
&#8211; L’obesità perchè è un’altra condizione fortemente correlata alla depressione attraverso un rapporto bidirezionale. L’intreccio è generato da un circolo vizioso che vede principalmente coinvolti lo stress e lo stimolo infiammatorio derivante dal tessuto adiposo in eccesso.<br />
&#8211; Anche l’abitudine al fumo è senz’altro un comportamento associato a un eccesso di produzione di sostanze pro infiammatorie che di radicali liberi.<br />
&#8211; Più recentemente è stato chiarito anche il ruolo giocato dalla permeabilità della barriera intestinale, che può favorire traslocazione di colonie batteriche che attivano la risposta infiammatoria tramite specifici recettori immunitari. Rilevante è il fatto che la permeabilità intestinale può essere una diretta conseguenza della depressione.<br />
&#8211; Inoltre una condizione allergica (atopia), intesa con ricadute cliniche (eczema, rinite, asma, ecc..), può rappresentare un ulteriore fattore di rischio per la depressione.<br />
&#8211; Anche l’igiene orale, se non adeguatamente curata, può rappresentare un focolaio di mantenimento dell’infiammazione.<br />
&#8211; Non da ultimo, lo squilibrio del ritmo sonno-veglia, che è tipico della depressione e che l’aggrava. Anche in questo caso, troviamo un eccesso infiammatorio.</p>
<p><em>Liberamente tratto dal sito della SIPNEI, Società Italiana di Psico Neuro Endocrino Immunologia &#8211; articoli di: Roberta De Bellis e Andrea Delbarba.</em></p>
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