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	<title>Ritrovare il sorriso &#187; aiuto</title>
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	<description>Counselin e Naturopatia: pensieri, riflessioni e realizzazioni</description>
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		<title>Morire d’amore</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jun 2014 18:59:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sono persone che nella coppia sono così sottomesse e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono persone che nella coppia sono così sottomesse e dipendenti che soffrono veramente molto e non riescono mai a permettersi momenti di sereno abbandono. E’ questo il caso in cui la relazione è centrata sulla dipendenza e non sull’amore e sul rispetto, tanto che spesso, il suo carattere distruttivo renderebbe auspicabile una separazione.</p>
<p>Di fronte alla paura della solitudine, del vuoto, sono sempre di più le persone che si rifugiano in relazioni strette ed esclusive (con partner o genitori o figli), che diventano la causa di sofferenza, autodistruzione, svalutazione di sé. E’ il fenomeno della dipendenza affettiva o della co-dipendenza. L&#8217;amore verso l&#8217;altro presenta diverse caratteristiche delle dipendenze in generale, ma sviluppandosi nei confronti di una persona, è più difficile da riconoscere e da contrastare.</p>
<p>Il concetto di dipendenza affettiva corrisponde a quella che potremmo definire una vera e propria disfunzione del sé in cui il “rapporto d’amore” è vissuto come condizione stessa della propria esistenza. Si parla di “dipendenza” affettiva proprio per sottolineare il fatto che il soggetto ha “bisogno” dell’altro come di una vera e propria “droga”. La dipendenza affettiva presenta infatti le seguenti caratteristiche: il soggetto dipendente tende a star bene solo quando è in presenza della persona amata e tende ad aumentare le “dosi” di presenza/vicinanza della persona amata.</p>
<p>Di solito uno gioca la parte della vittima e l’altro del persecutore. Insieme soffrono, non si rispettano e non si amano ma, anche quando è evidente che il rapporto non funziona, non si separano e non viene messo in atto nessun cambiamento perché questo fa paura.</p>
<p>La persona con questa dipendenza affettiva si mette al servizio dell’altra e rinuncia ai propri diritti e ai propri bisogni. Il dipendente proiettata l’illusione della risoluzione dei propri problemi (che spesso hanno origine nei &#8220;vuoti affettivi&#8221; dell&#8217;infanzia) sul partner, il quale assume il ruolo di “salvatore”; egli diventa lo scopo della sua esistenza, e la sua assenza anche temporanea darà la sensazione al soggetto di non esistere (DuPont, 1998).</p>
<p>Proprio per questi motivi spesso questo tipo di personalità dipendente si sceglie partner &#8220;problematici&#8221;, portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza. Ciò giustifica il negare i propri bisogni perchè l&#8217;altro deve essere aiutato. Ma è un aiuto &#8220;malato&#8221; in cui si diventa &#8220;co-dipendenti&#8221;.</p>
<p>Le persone dipendenti affettivamente, pur di mantenere e non rischiare di perdere l’oggetto amato, sono disposti a sacrificare qualsiasi bisogno o desiderio personale fino al punto di annullare il proprio sé. L’importanza attribuita all’oggetto d’amore spinge il dipendente affettivo a preservare il rapporto “sentimentale” a tutti costi.</p>
<p>Queste persone vivono costantemente nell’ansia di poter perdere la persona amata, evento considerato insopportabile e inconciliabile con il proseguo della propria vita.</p>
<p>In questa relazione senza speranza, insoddisfacente, umiliante e spesso autodistruttiva si sviluppa una vera e propria sintomatologia come ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, malinconia, idee ossessive. Di solito c&#8217;è mancanza di rispetto, progetti di vita diversi, se non opposti, bisogni e desideri che non possono essere condivisi, oltre ad essere poco presenti momenti di unione profonda e di soddisfazione reciproca. Chi è affetto da dipendenza affettiva non riesce a cogliere e a beneficiare dell&#8217;amore nella sua profondità ed intimità. “Non posso vivere senza di lui/lei” non è una dichiarazione d’amore ma un’autorizzazione a far dipendere la propria vita dall&#8217;altro.</p>
<p>Si può guarire da questa relazione distruttiva? Si, si può!</p>
<p>Il primo passo per uscire dalla dipendenza affettiva è diventarne consapevoli, ossia riconoscere che siete coinvolti in questo tipo di problema. E’ importante poi liberarsi dell’incubo che senza l’altro non potete vivere e che se vi comporterete bene lui/lei vi amerà. Andate fino in fondo a queste paure. Occorre sfidare ciò che si teme, altrimenti sarete sempre ricattabili. Per uscire da un amore soffocante dovete cominciare a credere nel vostro valore e recuperare la vostra autonomia. Non lottate per liberarvi dell’altro, ma ritrovate dentro di voi la gioia di vivere, e l’altro vi apparirà come un inutile fardello.</p>
<p>Cominciate con il rompere qualche schema, o comportamento abituale, per riappropriarvi della vostra libertà di agire, e iniziate ad uscire dall&#8217;isolamento nel quale sicuramente vi trovate.</p>
<p>Spostate l’attenzione dai bisogni dell’altro ai vostri. Anche piccole cose ma iniziate a prendervi cura di voi stessi. Questo è l’inizio della “guarigione”; la dipendenza è la conseguenza della nostra incapacità di amarci ed amare la vita che viviamo.</p>
<p>Avete il diritto a una vita migliore, serena e soddisfacente; se l’altro ha problemi, deve assumersi la responsabilità di risolverli; non è egoismo, al contrario, assumendovi le responsabilità dell’altro impedite la sua crescita.</p>
<p>Il percorso da fare è quello di riappropriarvi della vostra interezza. Almaas [1999] scrive che le persone cercano l’altro per compensare le proprie mancanze e questo causa molta infelicità. Dovete capire ciò che ritenete vi manchi e reintegrarlo in voi anche se questo può costare fatica. In ogni caso bisogna smettere di cercare di compensare le proprie mancanze attraverso l’altro perché questo porta al pericolo di entrare in distruttive simbiosi con il partner.</p>
<p>Un altro passo determinante è l’acquisizione del valore del rispetto, per voi stessi e per gli altri. Che decidiate di separarvi o di restare assieme, non scendete a compromessi, non imbrogliatevi. Rispettare se stessi e gli altri significa desiderare senza pretendere; significa esprimersi con dignità e fermezza impegnandosi a ristabilire i giusti confini che rispettino e garantiscano la liberta di ognuno; significa anche accettare di perdere l’altro; significa non perdersi per i bisogni dell’altro; significa accettare anche la solitudine.</p>
<p>Il cambiamento infatti chiede di rischiare proprio ciò che fa più paura, la solitudine, ma se imparerete a dialogare con le vostre emozioni, troverete il coraggio di manifestarvi per quello che siete, vi prenderete cura dei vostri bisogni e imparerete anche ad accettare ciò che ora temete.</p>
<p>Questi sono solo brevi spunti per riflettere, il tema è molto ampio e sicuramente ciò che ho scritto non è esaustivo; il mio consiglio è cercare uno psicoterapeuta, un counselor o un gruppo di sostegno; è meglio essere umili e chiedere l’aiuto di un professionista perché non sempre possiamo farcela da soli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Alcuni contenuti sono stati liberamente tratti da: Franco Nanetti. “Gli itinerari dell&#8217;Amore e della Passione”.</em></p>
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		<title>Riflessione sull&#8217;infelicità</title>
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		<pubDate>Thu, 29 May 2014 14:01:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Se abbiamo mal di pancia, non andiamo a mangiare tutto  [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se abbiamo mal di pancia, non andiamo a mangiare tutto quello che ci dà piacere per farcela passare; cercheremo e cureremo la causa. Similmente, se siamo infelici, non serve rincorrere ogni cosa ci dia piacere (il beneficio sarebbe breve e insoddisfacente), dobbiamo prima capire e “curare” la causa.<br />
Non è sempre facile perché spesso questa risiede nel passato. Condizionamenti, illusioni, proiezioni, compensazioni, rivalse…è impressionante come si possa rimanere ingabbiati nel passato. La cosa positiva però è che anche se quanto è accaduto non si può modificare, gli esiti che proietta sul presente, sì!<br />
Quando una persona inizia il &#8220;viaggio alla riscoperta di sè”, è la nuova consapevolezza a modificare le cose.<br />
Ciò accade in più fasi:<br />
&#8211; la messa in evidenza di quanto e come un evento, persona o situazione, ci abbia influenzato<br />
&#8211; la rilettura dell’evento con un nuovo livello di coscienza<br />
&#8211; la messa in luce della qualità che in quella situazione ci ha permesso di non soccombere<br />
Infine, il processo raggiunge il massimo degli esiti positivi quando noi riusciamo a fare tesoro della qualità emersa e la facciamo diventare uno strumento di aiuto per il bene di altri.</p>
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		<title>Emozioni, impulsi e auto-osservazione</title>
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		<pubDate>Wed, 07 May 2014 16:27:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Conoscersi]]></category>
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		<description><![CDATA[Ogniqualvolta ci accorgiamo della presenza di elementi  [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ogniqualvolta ci accorgiamo della presenza di elementi non desiderabili in noi, ad esempio emozioni, emotive o affettive, e impulsi che non sono sotto il nostro controllo, possiamo valutare di sottoporli con attenzione alla nostra analisi critica. Il grado di dominio che la nostra mente riesce ad esercitare varia a seconda del tipo psicologico e di altre caratteristiche individuali, ma in ogni caso la mente può esercitare un certo grado di influenza, la quale può essere accresciuta con l’uso deliberato e l’allenamento.</p>
<p>Senza voler paralizzare emozioni, sentimenti e impulsi, incoraggiamoci ad utilizzare la mente per l’osservazione e la discriminazione. E’ utile riconoscere la natura irrazionale dei nostri impulsi e delle nostre emozioni e valutare i vantaggi o i danni, per noi e per gli altri, prodotti dalla loro manifestazione. Il senso di responsabilità derivante da tale riconoscimento, e anche soltanto la paura delle conseguenze nocive, suscita emozioni, sentimenti e impulsi opposti, che tendono a neutralizzare o controbilanciare in qualche misura quelli originali.</p>
<p>L’auto-osservazione è una pratica molto utile che permette, esercitandoci ripetutamente, di diventare capaci di inserire tra gli impulsi e le azioni un intervallo di riflessione sull’origine, la natura e le conseguenze dei propri impulsi. Il loro riconoscimento, e soprattutto la previsione dei loro effetti, ci rende capaci di acquisire un crescente dominio di noi.</p>
<p>Dominio non vuol dire repressione né soppressione. Gli impulsi non devono venir condannati, o suscitare sensi di paura e di colpa. Il dominio deve produrre un’opportuna direzione, regolazione e trasmutazione delle energie impulsive e delle emozioni. Esso ne consente l’espressione in modi innocui o, meglio, utili e costruttivi. La pausa riflessiva dà il tempo necessario per farlo.</p>
<p>L’analogia con l’acqua può aiutare a comprendere il processo che possiamo mettere in atto.</p>
<p>1 – Costruire degli argini a torrenti e fiumi per contenere il flusso delle acque.</p>
<p>2 &#8211; Costruire serbatoi e bacini capaci di contenere una parte dell’acqua in eccesso.</p>
<p>3 &#8211; Segue l’utilizzazione di quest’acqua: per irrigare i terreni oppure per mettere in moto macchine che generino energia elettrica che sarà poi impiegata in mille modi.</p>
<p>Quest’ultimo punto corrisponde alla trasmutazione e utilizzazione delle energie psichiche.</p>
<p>Nelle sedute di counseling aiuto il cliente a formulare il suo ideale da raggiungere; lo aiuto poi a scorgere le tappe successive necessarie per attuarlo; quindi a concentrarsi sui compiti immediati da svolgere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000080;"><em>Liberamente tratto da “Principi e metodi della psocosintesi terapeutica” R. Assagioli</em></span></p>
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		<title>Verso la “guarigione”</title>
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		<pubDate>Fri, 02 May 2014 16:18:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Conoscersi]]></category>
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		<description><![CDATA[All’inizio di una relazione di counseling chiedo sempre [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>All’inizio di una relazione di counseling chiedo sempre, e aiuto a definire, qual è il motivo per cui la persona ha chiesto il mio aiuto e cosa dovrebbe raggiungere, o cosa dovrebbe succedere, affinché possa dire di essere felice. Sembrerà strano ma nella maggior parte dei casi, la risposta è confusa; la persona può non capire perché sta male o attribuire la colpa a cose esterne a sé. Il problema è sempre prima di tutto dentro di noi e, se disconosciuto, continuerà a generare instabilità, stato di conflitto, nevrosi.</p>
<p>Spesso le persone mi dicono il vero motivo per cui stanno male senza nemmeno accorgersene. La loro attenzione è concentrata su qualcos’altro e non riescono a vedere.</p>
<p>Io guardo, vedo, sento, ascolto, percepisco, rilevo, rifletto, propongo….faccio quello che la persona il quel momento non è in grado di fare. Ecco perché è così importante quello che nel counseling è chiamato “ascolto empatico”.</p>
<p>La paura ad esempio è una delle componenti più striscianti tra quelle che si nascondono sotto mentite spoglie. La rabbia che scoppia dentro, è paura. La depressione, può essere una paura covata a lungo. Un comportamento indifferente e apatico, può nascondere una paura non riconosciuta o soffocata. La paura dell’abbandono, del giudizio, della povertà, dell’insicurezza, della solitudine, della vecchiaia e spesso, della morte, è causa di molte nevrosi.</p>
<p>Un&#8217;altra “lente deformante” è costituita dalle convinzioni profonde che la persona non sa nemmeno di avere: “non merito niente”, “non valgo niente”, “se non mi sposo non sarò felice”, “non si può vivere da soli”, “bisogna avere l’approvazione”… e tante altre. Per non parlare poi dei tanti pregiudizi. Un evento potrebbe essere neutro o leggermente disturbante per una persona e totalmente distruttivo per un’altra. Non è l’evento in sé che genera il problema, ma è come la persona lo percepisce in funzione delle proprie convinzioni inconsce.</p>
<p>Ultimamente ho potuto anche sperimentare come problemi attribuiti a famiglia e lavoro, nascondessero invece una tensione spirituale; era il risveglio di nuove energie e di bisogni più profondi.</p>
<p>Ecco perché anche l’obiettivo da raggiungere non è sempre subito chiaramente definito: può essere confuso, sconnesso con la realtà, irrealizzabile, illusorio o nascosto sotto un falso obiettivo.</p>
<p>Quando la persona inizia ad avere una chiara visione della situazione, degli obiettivi da raggiungere, dello scopo e delle azioni da compiere, il procedere diventa veloce; anche se non è ancora alla “guarigione”, la persona inizia a sorridere, si sente più leggera, è motivata e pian piano emergono le qualità e le risorse che erano state inibite.</p>
<p>Sempre di più capisco che conoscere noi stessi dovrebbe essere la nostra priorità.</p>
<p><em>Esperienze di counseling &#8211; Luisa Schiona</em></p>
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		<title>Lettera. Prima e dopo l&#8217;abbandono.</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Apr 2014 09:59:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblico con piacere parte di una lettera ricevuta da u [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblico con piacere parte di una lettera ricevuta da una cliente a me molto cara; l’ha scritta anche con lo scopo che io potessi pubblicarla e aiutare, dando una nuova prospettiva, persone che vivono ciò che ha vissuto lei.</p>
<p>Non è il suo nome ma per facilitarmi nello scrivere, la chiamerò Valentina.</p>
<p>Valentina è arrivata a me in uno stato di profondo dolore; in un momento molto delicato della sua vita è stata abbandonata dal suo partner. Tutto quello nel quale aveva creduto e nel quale aveva investito era andato a pezzi. Voleva uscire da quel dolore lancinante ma l’ultima cosa che desiderava fare era accettare di poter vivere senza di lui. Probabilmente la speranza era che io potessi aiutarla a farlo tornare. Il pensiero fisso era diventato un’ossessione che non la faceva dormire e le toglieva ogni visione futura che non fosse con lui. Questo la portava ad agire in modo distruttivo aggravando la sua situazione.</p>
<p>Valentina non abita nella mia città e quindi con lei ho avuto solo tre incontri e alcune telefonate; poi, dopo aver capito il fulcro del problema, è “andata avanti” da sola, ma devo dire che fin da subito si è rivelata la sua grande determinazione a uscire da quella situazione dolorosa. Voleva stare bene! Voleva riprendere possesso delle sue emozioni! Ci sono stati momenti in cui mi sono molto preoccupata, ma devo dire che non ho mai perso la fiducia nelle sue capacità e risorse. Il counselor è un facilitatore; accoglie, orienta, ma non fa e non può fare il lavoro per il cliente: Valentina ce l’ha messa tutta!&#8230;e con mia grande gioia, è tornata a sorridere! Qui di seguito, con le sue parole, quello che ha vissuto.</p>
<p>Prima: Ti senti perso, disorientato, senza direzioni e obiettivi. Ti senti distrutto dal tuo dolore, privato delle forze per andare avanti, spolpato dal male che hai dentro e di cui non riesci a liberarti. Quel male che ti logora e che ti porta ad annientare la tua persona e a imprigionarla nel pensiero fisso che ti sei costruito e che ti ha reso così.<br />
I giorni passano ma tu non “guarisci”, ti isoli e ti “perdi” le cose belle della vita: la quotidianità, l’armonia, le persone che stanno intorno a te e che non capiscono cosa succede. Gli amici possono servire per sfogarti fino a un certo punto, poi rimani sempre nella tua solitudine a confrontarti con il tuo dolore e a trovare vie sbagliate per uscirne.</p>
<p>Dopo: Il counselor è come una guida. Ti fa parlare, ti ascolta attentamente e capisce qual è il tuo problema. Di solito è una persona che ha molta esperienza e che può essere passato nei tuoi stessi meccanismi mentali che metti in atto, e quindi li capisce a fondo. Come una guida appunto sa accompagnarti fuori dal tunnel e farti ritrovare la gioia di vivere, in primis con te stesso e con gli altri. Un dolore legato a una perdita, vuoi che sia amorosa o legata alla morte, può provocarti delle reazioni spesso incontrollate, e spesso frutto di situazioni degenerative originatosi dalla complessità e dalle prove che la vita ti sottopone e che sembrano concentrarsi in alcuni periodi della tua esistenza. Tramite un percorso che può durare poco o tanto, il counselor ti aiuta a “scavare” un po’ nelle fondamenta del tuo problema e ti dona le chiavi per cercare di uscirne senza fare ulteriori errori. Poi sta a te seguire gli insegnamenti o ricadere nella condizione devastante che sembra senza via di uscita. Quando si perde qualcuno, la forza sta nell’accettarlo e trovare altri stimoli per andare avanti. Non è facile, soprattutto se si ama tanto la persona che non puoi più avere davanti, con la quale non puoi più scherzare, con la quale non puoi più condividere e vivere assieme una vita e che, da quel momento, ti può essere vicina solo nei ricordi.</p>
<p>Nella relazione con Luisa, mi ha aiutato il potermi confidare liberamente senza più nascondermi o recitare la parte di una persona che stava bene quando dentro mi sentivo a pezzi. Mi hanno aiutato le risposte e i suggerimenti che ho ricevuto; con lei ho acquisito la consapevolezza per seguire una strada che avevo solo tratteggiato nella mia mente e non trovavo il coraggio e la spinta giusta per percorrerla. Il cambiamento c’è stato anche perché l’ho voluto e per arrivare a capirlo e a volerlo Luisa è stata molto preziosa.</p>
<p>La disperazione per un grande amore finito in una situazione molto particolare mi ha fatto “annegare” ma ho recuperato la forza, l’energia e il coraggio per riprendere in mano la mia vita. Ritrovando la quotidianità e le mie passioni, e grazie alla capacità di saper gustare la semplicità e le sorprese che la vita ha ancora in riserbo per me, ce l’ho fatta! <img src="https://www.ritrovareilsorriso.it/wp-includes/images/smilies/simple-smile.png" alt=":)" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
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		<title>La paura</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Apr 2014 14:34:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[aiuto]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[tensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La più antica e potente emozione umana è la paura; è un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ritrovareilsorriso.it/wp-content/uploads/2014/04/paure1.jpg"><img class="size-medium wp-image-557 alignleft" alt="paure1" src="http://www.ritrovareilsorriso.it/wp-content/uploads/2014/04/paure1-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>La più antica e potente emozione umana è la paura; è un&#8217;emozione dominata dall’istinto di sopravvivenza ed è necessaria perché è un meccanismo di difesa che ci permette di avere coscienza di un pericolo e quindi di mettere in atto risposte per evitarne le conseguenze.</p>
<p>Quando però la paura non è più scatenata dalla percezione di un reale pericolo, allora perde la sua funzione primaria e diventa l&#8217;espressione di uno stato mentale, il prodotto della nostra immaginazione, che ci fa temere cose che ancora non si sono realizzate e forse non si realizzeranno mai. La paura si trasforma così in una delle emozioni più pericolose e distruttive. Crea nemici, ci tiene in una perenne posizione di difesa o di attacco, ci rende manipolabili, congela le nostre relazioni e la nostra progettualità, ci impedisce di vedere…ci impedisce anche di amare!</p>
<p>La cosa bella però, è che anche in questo caso assolve un compito, quello di mostrarci le nostre “oscure prigioni interiori” affinché noi possiamo iniziare un percorso per illuminarle e dissolverle.</p>
<p>Riconoscere le nostre paure significa diventare consapevoli della nostra vulnerabilità e fragilità, ma anche farci scoprire la forza del nostro vero sé. La paura può essere curata e il cambiamento inizia sempre dal riconoscerla e dall’accettarla. Con la guida di una persona esperta possiamo poi contrapporre, con la pratica della visualizzazione meditativa, immagini e impressioni positive, che ci ricolleghino a dimensioni più elevate della coscienza.</p>
<p>Dove e quando c’è gratitudine per la vita, per la vita come dono e come ricerca inesauribile di senso, prevale il desiderio di fare di ogni accadimento uno strumento per la nostra evoluzione.</p>
<p>Infine consideriamo che, anche se ignorata o rimossa, la prima vera paura da affrontare e da cui originano tutte le altre, è la paura della morte. Dare un senso alla morte, è dare un senso alla vita.</p>
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		<title>Quello che fa il counselor non è solo per counselor</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jan 2014 18:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luisa Schiona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Counseling]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[aiuto]]></category>
		<category><![CDATA[relazione]]></category>
		<category><![CDATA[supporto]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ambienti di lavoro cresce l’incertezza, l’ansia e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ambienti di lavoro cresce l’incertezza, l’ansia e il disagio, ed è sempre più evidente che molti non possiedono gli strumenti per affrontare il proprio cambiamento per utilizzarlo nell’attuale evoluzione. Fra le cause che scatenano lo stress, gli avvenimenti che avvengono sul lavoro sono i più significativi, ma se la vita in azienda ha ripercussioni nel privato, è anche vero il contrario. Quando l’individuo è in tensione, in ansia, frustrato, in stato di confusione, è indebolito nelle sue capacità lavorative e relazionali. Gli interventi organizzativi che l’azienda può mettere in atto non bastano da soli a risolvere i disagi personali del singolo individuo. Sicuramente la presenza di un counselor sarà positiva e di aiuto, ma non esclude l’importanza, o meglio, la necessità, che leader, manager, ma anche ogni singolo individuo, possiedano le qualità per essere in grado di offrire aiuto e supporto alle persone che fanno parte del proprio gruppo di lavoro e in famiglia. Saper cogliere i primi segnali negativi e saper dare aiuto per il disagio emotivo, o supporto e collaborazione nella soluzione dei problemi, è un’abilità che ogni individuo dovrebbe avere. Ascolto, empatia, considerazione, rispetto, apertura, non sono esclusive del counselor e tanto meno è necessario essere psicologi. Queste qualità dovrebbero diventare patrimonio di tutti ed è auspicabile che ne venga riconosciuta l’importanza in qualsiasi settore d’attività. <em>(Michael Reddy)</em></p>
<p>Qui di seguito elenco alcuni metodi per facilitare la relazione lavorativa che chiunque può adottare cercando di migliorare giorno dopo giorno <em>(John M. Littrell)</em></p>
<ul>
<li>Se il problema viene esposto in modo astratto, far si che l’altro fornisca un esempio concreto che si possa esaminare.</li>
<li>Frammentare i problemi complicati in piccoli problemi, meglio gestibili.</li>
<li>Mentre si ascolta ciò che una persona riferisce, entrare in empatia con i sentimenti che sta provando.</li>
<li>Trasformare il monologo della persona in un dialogo, con i mezzi messi a disposizione dal linguaggio, quali ripetere con parole diverse quanto è stato detto, riassumerlo, rilevare i sentimenti espressi. Se sommersi dal monologo, fare in modo che si arrivi al dunque.</li>
<li>Attenzione a non parlare troppo ma non stare sempre in silenzio.</li>
</ul>
<ul>
<li>Se il dialogo non è fruttuoso chiedersi quale di questi fattori ne è la causa:<br />
Pensieri personali, o sentimenti, o esperienze dell’altro<br />
Il problema stesso<br />
Il ruolo di altre persone come i familiari, i colleghi, un superiore<br />
Il contesto culturale e/o ambientale<br />
Il rapporto tra lui/lei e voi, e infine<br />
Voi stessi</li>
</ul>
<ul>
<li>Entrare nello spirito delle metafore usate dall’altro</li>
<li>Capire se chi ci si trova davanti sta “mettendosi in vetrina” lagnandosi o sta chiedendo di cercare attivamente una soluzione. Agire di conseguenza.</li>
<li>Organizzare bene ogni incontro</li>
<li>Mentre l’altro racconta il problema, chiedere di riferire cosa ha detto ognuna delle persone coinvolte, come fosse la sceneggiatura di un film.</li>
<li>Dopo che vi è stata esposta una situazione problematica, trovate le eccezioni al suo interno e valutatele</li>
<li>Se non siete sicuri di qualcosa, chiedete: magari l’altro potrà spiegarvi</li>
<li>Interrompere con rispetto e con tatto</li>
<li>Parlare di meno del problema e di più della soluzione</li>
<li>Chiedere: “se il problema minacciasse di non risolversi, cosa penseresti di cambiare, per prima cosa, nel tuo comportamento?”</li>
<li>Quando ci sono dubbi sul da farsi, agire per passi, i più piccoli possibile.</li>
</ul>
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